Sword of Desperation 100%
Paco and the Magical Picture Book 100%
Into The White Night 100%
Do You See Seoul? 100%
Abnormal Family, The 100%
School Trip (School Excursion) 100%
Longest Night in Shanghai, The 100%
Chinese Fairy Tale, A 100%
Promise of the Flesh 99%
Written By 99%
We Were There: Part 1 & Part 2 99%
Antique 99%
Spiritual World, The 99%
Tokyo Friends - The movie 99%
200 Pounds Beauty 99%
Hit and Run 99%
Last Witness, The 99%
Last Witness 99%
Holy Flame of the Martial World 99%
Things We Do When We Fall in Love 99%
Art of the Devil 2 99%
Hello Strangers 99%
Slit-Mouthed Woman 2, A (Carved) 99%
Always 99%
Tidal Wave 99%
Satoshi Miki (Adrift in Tokyo, Turtles Swim Faster Than Expected, Instant Swamp) è al lavoro su un nuovo film, intitolato provvisoriamente Sono io, sono io (Ore-Ore), film surreale interpretato da Kazuya Kamenashi (Nobuta wo Produce, Gokusen The Movie) star jpop del gruppo KAT-TUN, che dovrà interpretare oltre 20 versioni diverse del suo personaggio principale, Hitoshi Nagano, tra cui un fanatico militare, una donna in carriera e un liceale.
La storia, tratta dal romanzo omonimo dello scrittore Tomoyuki Hoshino, Ore Ore, pubblicato nel 2010, inizia da un tipo di frode molto diffusa in Giappone, chiamata "ore-ore sagi", in cui un truffatore, spacciandosi di solito per un figlio o una persona conosciuta dalla vittima anziana, le chiede soldi accampando una situazione di pericolo o di emergenza.
Ben presto però nel film entrerà in gioco il tema dell'assurdo e dell'identità, in una satira cupa e divertente in cui il "sono io" è di per sè un'affermazione poco oggettiva, visto che le varie personalità del protagonista prendono vita e si moltiplicano.
Le riprese inizieranno a breve e l'uscita è prevista per il 2013, ma il progetto sarà già presentato sul mercato dell'imminente 65° Festival di Cannes.
Discutiamone qui 15.5.2012 - 14:33:31Articolo di Margherita 'Vasumitra' Palazzo
Il Buono, il Matto, il Cattivo sul piccolo schermo
Il film
Manciuria, anni '30. L'infallibile cacciatore di teste Do-won, il 'Buono', viene incaricato dall'esercito indipendentista coreano di recuperare una mappa finita nelle mani di un ricco banchiere giapponese. A sua insaputa, anche Manciuria Kid, il 'Cattivo', un killer dandy che ha perennemente stampato in faccia un sogghigno impertinente, viene assoldato per la stessa missione. Durante un'esplosiva rapina ad un treno, l'ambita mappa capita inaspettatamente nelle grinfie di un ladro, Tae-goo, il 'Matto'. Convinti che essa conduca ai favolosi tesori della dinastia Qing, i tre cow-boy iniziano una lotta serrata: ognuno di loro è disposto a tutto pur di non restare fuori dal gioco.
Il DVD
Il DVD parte subito con un menù animato, senza costringere alla visione dei trailer degli altri titoli della collana come accadeva con le prime uscite.
Il video e l'audio sono soddisfacenti sotto tutti i punti di vista. Il surround lavora bene nelle scene d'azione e i dialoghi sono sempre molto nitidi.
Il video è pulito e dettagliato, giusto una leggera grana avvertibile solo avvicinandosi molto allo schermo e probabilmente più o meno evidente in base al lettore utilizzato, ma nella normalità per il formato DVD. Questo è un altro film (come nel caso di Detective Dee) la cui fotografia regala un caleidoscopio di colori resi ottimamente in DVD. Uno di quei film che probabilmente giustificherebbero anche l'acquisto del Blu-ray.
Una gradita sorpresa è la possibilità di saltare al volo tra le tracce audio e i sottotitoli direttamente da telecomando.
Il comparto extra prosegue con approfondimenti sul regista e il film, intervista al regista e finali alternativi, sottotitolati.
L'interno copertina come al solito contiene delle note sul regista.
Trovo che fino a ora la Tucker Film stia lavorando molto bene, con un occhio di riguardo sulla qualità dei film proposti e sulla preparazione del DVD, con prezzi 'onesti' e un buon valore aggiunto.
Scheda
Anno del film:2008
Edizione DVD: 2012
DVD:1
Lingue: Italiano DD2.0 e 5.1, Coreano DD2.0 e 5.1
Sottotitoli: Italiano, Italiano non udenti.
Formato Video: 16/9 Anamorfico 2.35:1
Durata:125'
EXTRA
"Un ponte verso la Corea": intervista ad Emanuele Sacchi (25')
Interviste al regista e agli interpreti (19') (sottotitolato)
Finali alternativi (7') (sottotitolato)
Trailer della linea Far East
Discutiamone qui 7.5.2012 - 17:22:48Articolo di AsianWorld Staff
Johnnie torna alla commedia
Riformata la coppia storica col fido Wai Ka-Fai, Johnnie To torna alla commedia dopo Life Without Principle, abbandonando Hong Kong e ambientando il racconto tra le montagne dello Yunnan, quelle appunto in cui l'aria è leggera e rarefatta.
E' la storia dell'incontro tra un divo hongkonghese alla deriva tra guai famigliari e alcool e una donna che gestisce un albergo il cui marito è scomparso ormai da anni nella foresta, inghiottito e mai restituito.
Michael Lau si ritrova quasi per caso, come trasportato dalla corrente nel verde paesaggio montagnoso, ubriaco ed incapace di pensare a se stesso, Sue si prende subito cura di lui tra la pruriginosa curiosità dei montanari increduli.
La collisione tra i due diventa inevitabile, due entità che vagano alla ricerca di una stabilità, almeno fino a quando una volta ristabilitosi e abbandonate le fattezze da 'castaway' Michael viene reclamato a gran voce dallo star system che lo preleva di peso dal suo rifugio non senza aver conosciuto prima la storia di Sue e del marito disperso.
L'epilogo a lieto fine, seppur avvolto da una certa dose di mestizia e di dramma, è assicurato, con tanto di omaggio al Cinema capace di creare una realtà illusoria ma che riesce comunque a consolare.
Contrariamente alle altre commedia firmate dalla celebre coppia, qui l'aspetto romantico è indubbiamente conservato, difettando semmai di quella brillantezza che molto spesso era capace di strappare il sorriso; vero che nella prima parte si ritrovano momenti anche divertenti, ma la narrazione è costantemente intrisa di una certa drammaticità che è in grado di stemperare anche il finale rassicurante.
Insieme alla immagine quasi metafisica della foresta che ingloba chiunque vi si avventuri, il film attinge molto alle spettacolari immagini naturalistiche, mostrando un paesaggio che non stupisce possa avere un effetto taumaturgico sul protagonista, così violentemente in contrasto con l'ambiente urbanizzato che quasi sempre fa da sfondo ai lavori del maestro hongkongese.
Anche l'omaggio al cinema che ci regala To nel finale, oltre ad offrire una via d'uscita originale alla storia d'amore, sembra quasi volerne esaltare il suo fine salvifico nel momento in cui può, almeno per un attimo, ricostruire una realtà diversa ed offrirla come regalo alla protagonista come conclusione della sua storia d'amore con il marito scomparso.
Chiaro che per i cultori del Johnnie To di stampo gangsteristico potrebbero trovare questo ultimo lavoro poco interessante, quando non addirittura brutto, ma contestualizzando la pellicola all'interno del genere cui si rivolge, Romancing in Thin Air è tutto sommato un buon film in cui non è difficile riconoscere la mano del regista, capace di costruire un lavoro tecnicamente valido, che possiede i giusti ritmi, sa fare sorridere e sa anche commuovere nel finale in cui melodramma e sentimento di fondono con buona resa; semmai rimane da interrogarsi sulla scelta di abbandonare i toni da commedia puramente brillante come erano quelli di Don't Go Breaking My Heart in favore di una narrazione che sembra voler rivolgersi anche al dramma.
L'accoppiata Louis Koo- Sammi Cheng funziona bene: il primo sa ben passare dal ruolo da divo a quello di barbone e viceversa , la seconda regala una interpretazione ben equilibrata tra brillantezza e malinconia.
Discutiamone qui 4.5.2012 - 12:30:26Articolo di Massimo 'Sobek' Volpe
Alla scoperta di Silenced
Con il premio assegnato al Far East Film Festival a Silenced del coreano Hwang Dong-hyuk, si conferma la regola che il pubblico corre a vedere le commedie, ride e si diverte, si appassiona agli action-movie, ma quando c'è da assegnare il premio sono i lavori a più forte impatto emotivo quelli che vengono privilegiati, come successe anche lo scorso anno con il ruffiano Aftershock.
In effetti questo lavoro colpisce forte fino quasi al raccapriccio e soprattutto, a differenza del vincitore della scorsa edizione, non intraprende strade brevi e semplici per farlo, ma ricorre ad un coraggioso racconto solo parzialmente offuscato da una seconda parte di film non proprio eccelsa.
Ispirandosi ad un vero fatto di cronaca avvenuto qualche anno addietro, Silenced racconta la storia di un insegnante inviato a lavorare in una scuola per sordomuti; l'uomo sembra animato da un idealismo ferreo che risiede anche probabilmente nella sua condizione di giovane vedovo, ma l'impatto con un ambiente inospitale dominato dalla nebbia lascia subito intendere che le cose non saranno semplici.
Ben presto si renderà conto, attraverso la paura che regna negli occhi dei ragazzini, che l'ambiente scolastico nasconde qualcosa di angosciante e ne avrà presto conferma quando assiste alle violenze cui sono sottoposti i giovani alunni dell'orfanotrofio.
Attraverso immagini che vanno forse anche al di là del sostenibile emotivamente, il racconto dei soprusi e della violenza che regna nella scuola, domina tutta la prima parte del racconto fino a quando l'insegnante, spalleggiato anche da una donna attivista nel campo dei diritti umani, decide di intraprendere le vie legali per sottrarre i ragazzini alle violenze e portare alla condanna degli aguzzini.
Il film perde la sua forza allorquando imbocca la strada del thriller processuale: tutto ciò che all'inizio era coraggioso racconto di un ambiente violento e degradato si affloscia nell'aula del tribunale fino a portare ad una conclusione che suscita rabbia e che scatena la vendetta di uno dei ragazzini.
Il lato più valido del film sta proprio nel racconto che non pone filtri e barriere con immagini e situazioni che disturbano, nell'indagare un ambiente in cui certe pratiche erano abituali, nella sconfitta che si disegna inesorabilmente nella coscienza dell'insegnante che si vede trasformato da pedagogo a difensore civico, da cui, inutile nasconderlo, tutti ci aspettavamo una deriva finale intrisa di vendetta in perfetto korean style che invece non arriva.
Tutto quello che di buono il film offre, specialmente sotto l'aspetto emotivo e drammatico, scaturisce con coerente naturalezza e semplicità anche là dove rappresenta senza filtri e mediazioni situazioni agghiaccianti; per tale motivo la pellicola di Hwang ha l'enorme pregio del coraggio di raccontare un degrado morale abissale nel quale sguazzano i carnefici e affogano le vittime.
Proseguire su questo registro probabilmente sarebbe stato troppo, ma la strada scelta nella seconda parte purtroppo toglie quell'opprimente oscurità malefica che caratterizzava il racconto all'inizio e che dava dei connotati di infinita tragicità.
Il risultato finale è quindi un lavoro che ha delle qualità , bello nel suo essere drammaticamente sporco, coraggioso fino ad un limite che il regista non ha voluto superare, ma che non giustifica totalmente il riconoscimento ricevuto, anche se l'ammutolita platea del festival avrà avuto notevoli difficoltà a strapparsi di dosso i brandelli di umanità distrutta che lascia questo film.
Bravissimi i ragazzini interpreti del film, sui quali sarebbe interessante sapere che tracce nella psiche ha lasciato, mentre Gong Yoo nel ruolo del maestro è capace di regalare il giusto sconcerto col suo volto.
Discutiamone qui 3.5.2012 - 16:58:29Articolo di Massimo 'Sobek' Volpe
Il Far East Film Festival è Udine
Una delle cose più difficili da capire dai racconti delle maratone eroiche alle quali gli appassionati di cinema asiatico si immolano nei dieci giorni del Far East Film Festival è la presenza del festival all'interno della città, fortunatamente imbrigliata senza scampo nel tessuto sociale ed economico locale.
E' questo che crea la differenza principale tra il Far East e gli altri festival a cui ho partecipato negli anni.
Non è la calorosa (a volte anche rumorosa e goffa) presenza del pubblico di affezionati all'interno del teatro, quella potrebbe esser riferita ad un qualsiasi ghetto d'élite, magari nerd o di sottocultura. Parlo piuttosto del fatto che, in centro città, non esista locanda, Bed&Breakfast, gelateria, pub o baretto che non abbia appeso il manifesto dell'evento o abbia i volantini al suo interno. E che non esista, lì in mezzo, gestore che non riconosca quei cartellini o quelle borse variopinte o che non abbia piacere a scambiare due chiacchiere chiedendo pareri sui film o sul vissuto percepito.
In uno degli hotel in cui ho dormito in settimana il tizio della reception aveva l'accredito ancora al collo, ed erano le due di mattina.
Il festival vivifica Udine addobbandola di piccoli grandi eventi, niente da far urlare al miracolo, tutte cose in piccolo fatte con amore che però concorrono a modificare il clima di una città che dal di fuori, in linea generale, dai racconti di chi c'è stato in gita e che mi arrivano all'orecchio, non brilla normalmente per appeal. Ho usato un giro di parole perché voglio bene agli amici indigeni.
Le dimostrazioni di arti marziali, le danze popolari filippine, il Mega Mahjong, la piazza, le bancarelle di artigianato Thai, kimono, tè e ramen istantanei fanno pensare ad una grande festa cittadina, non a una serie di film.
Lo si sente, e ne si apprezza la genuinità.
Se la Mostra del cinema a Venezia è il fiore all'occhiello dei festival italiani, è anche vero che al di fuori della cittadella del cinema non si respira nessuna aria di festa, nessun clima emozionante. Lo devono infatti creare artificialmente al telegiornale, tra gossip soporiferi e foto al tappeto rosso. A Venezia l'evento non si vive, non se ne sente il profumo da quarant'anni.
Al Torino Film Festival invece, nemmeno dentro al cinema si respirava una qualche aria di spettacolo da vivere.
Degli altri non serve nemmeno parlare.
Il Far East Film Festival che fa l'amore con Udine, invece, si respira e l'eccitazione si sente a fior di pelle.
Udine è piccola, ma non così piccola.
Discutiamone qui 1.5.2012 - 0:15:36Articolo di Michele 'Lordevol' Arienti