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[RETRO] Kaneto Shindo


27 risposte a questa discussione

#1 Picchi

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Inviato 28 November 2012 - 12:31 PM

Retrospettiva dedicata a


Kaneto Shindo



a cura di calimerina66, Cignoman, fabiojappo, Picchi

con la collaborazione di Kiny0 (artwork) e Shimamura81



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Approfondimento di Shimamura81


I miei occhi, o meglio gli occhi della cinepresa, sono in posizione per vedere il mondo a partire dai più bassi livelli della società, e non dall'alto.

Shindō Kaneto


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Shindō Kaneto (新藤 兼人) nasce nella città di Hiroshima, il 22 aprile del 1912.
Si dice che le nostre origini ci accompagnino per tutta la vita, e almeno per Shindō ciò è sempre stato vero in quanto il legame tra il regista e la sua città resterà per sempre insolubile, a partire dalla tragedia del 6 agosto del 1945 fino ai giorni nostri, dove il cinema di Shindō si colora di un certo autobiografismo.

Direttore di circa 48 film, Shindō ha lavorato nel cinema anche in ruoli diversi da quelli di regista, scrivendo la sceneggiatura di ben 238 opere: da Waga koi no moeno (Flame of My Love, 1950) di Mizoguchi Kenji a Manji (卍, 1964) di Masumura Yasuzo, da Kenka erejii (けんかえれじい, Fighting Elegy, 1966) di Suzuki Seijun a Gunki hatameku moto ni (軍旗はためく下に, Under the Flag of Rising Sun, 1972) di Fukasaku Kinji, accompagnando per mano la storia del cinema giapponese dalla fine dell'era silente fino alla fine del primo decennio del XXI secolo.
Ultimo di quattro figli di buona famiglia, il padre era un banchiere, ma ben presto, a causa di un investimento sbagliato, fu costretto a dichiarare bancarotta. La tragedia economica in cui la famiglia venne a ritrovarsi costrinse il giovane Kaneto a separarsi dal fratello, che poi sarebbe entrato in polizia, e dalle due sorelle; una di esse andò sposata ad un americano, mentre l'altra divenne infermiera, restando ad Hiroshima anche per curare i feriti del dopo-bomba. Kaneto ed i genitori trovarono alloggio in un vecchio magazzino, e la madre trovò lavoro come bracciante agricola, ma non seppe resistere alla vita di stenti e privazioni che la aspettava, e morì di lì a poco. Andato a vivere con il fratello poliziotto ad Onomichi nel 1933, Shindō ebbe il suo primo incontro con il cinematografo e capì che quella sarebbe stata la sua vita. Grazie al fratello, che aveva un amico poliziotto il cui fratello a Kyoto lavorava nell'ambiente cinematografico, ed ai soldi che era riuscito a mettere da parte lavorando in un negozio di biciclette, Shindō Kaneto ottenne una lettera di presentazione per lavorare alla Shinkō Kinema (新興キネマ), una casa di produzione dalla vita breve, ma che annoverava all'attivo film di registi del calibro di Mizoguchi, Uchida Tomu, Suzuki Shigeyoshi e Murata Minoru.

Quando la Shinkō Kinema trasferì i propri studi da Kyoto a Tokyo, Shindō ebbe un colpo di fortuna dal momento che la maggior parte dei dipendenti dell'azienda avevano famiglia a Kyoto e pertanto decisero di non trasferirsi, lasciando al giovane Kaneto campo libero per una promozione. Furono anni importanti, in quanto il futuro regista lavorava nel dipartimento dello sviluppo delle pellicole, ma ebbe la fortuna di ritrovare anche molti degli script originali dei film i cui negativi maneggiava e poté appropriarsene facilmente, perché tali script una volta concluso il film venivano gettati, ed i fogli usati come carta igienica (sic!). Poter confrontare l'idea originale con il risultato finale riportato sulle pellicole con cui lavorava gli permise di comprendere i segreti dei maestri sul come scrivere un buon film. Tutto ciò gli fu molto utile quando, giunto a Tokyo, si rese conto che c'era troppa competizione tra colleghi per tentare la carriera di regista e pertanto decise di diventare uno sceneggiatore.

A Tokyo Shindō ricopriva il ruolo di direttore artistico, ed era molto apprezzato per il suo lavoro nell'ambiente. Meno apprezzate erano invece le sceneggiature che continuava a scrivere e proporre a vari registi e produttori, da cui non faceva altro che ricevere continui rifiuti, anche se una di esse, Tsuchi o ushinatta hyakushō, proposta ad un concorso indetto da una rivista, gli permise di vincere un lauto premio; ciò nondimeno questa sceneggiatura non sarebbe comunque mai diventata un film. Fu in quegli anni che divenne assistente di Mizoguchi Kenji, lavorando con lui in film come Genroku chushingura (元禄忠臣蔵, The 47 Ronin). Shindō propose spesso al maestro di realizzare un film da una sua sceneggiatura, ma a quel tempo Mizoguchi continuava a rifiutare, dicendogli che non aveva talento per la scrittura. E tuttavia sarà proprio Mizoguchi a volerlo con sé, nel 1942, alla Shochiku. Nello stesso anno Shindō però subisce una grave perdita, in quanto la sua compagna, con cui non era sposato, ma oramai conviveva da anni, Kuji Takako, muore di tubercolosi. Nel 1944 viene poi chiamato alla leva, anche se non ritenuto fisicamente idoneo a combattere sul campo, e pertanto assegnato alle pulizie su navi e caserme. Scampa alla morte fortuitamente più volte, ma non alla prigionia, e le umiliazioni subite dagli americani lo segneranno per sempre. Quando ritorna libero per prima cosa vende la sua uniforme per poter trovare i mezzi per recarsi nella città di Ofuna, dove erano gli studi della Shochiku. Li trova semidistrutti e deserti, ma decide di restarvi per un po', nella speranza di salvare e recuperare la maggior parte di materiale possibile.

Nel 1946 Shindō è comunque ancora alla Shochiku, e questa volta come sceneggiatore. Dopo aver contratto matrimonio Shindō fa la conoscenza di Yoshimura Kozaburo, assistente di Ōzu Yasujiro, e scrive per lui la sceneggiatura di Anjō-ke no butōkai (安城家の舞踏会, A Ball at the Anjo House), che vince il premio come miglior film dell'anno per la rivista Kinema Jumpo. È la svolta. Ora Shindō è richiestissimo come sceneggiatore, anche da chi, come Mizoguchi, dubitava del suo talento, e finirà per scrivere testi per tutti i direttori al lavoro alla Shochiku, tranne che per Ōzu. Ma Shindō non è contento di come la Shochiku tratta il suo lavoro e così, insieme a Yoshimura decide di lasciare per compiere un passo molto importante...

Nel 1950, con Yoshimura e insieme all'attore Tonoyama Taiji, Shindō Kaneto fonda la casa di produzione Kindai Eiga Kyōkai (近代映画協会), attiva a tutt'oggi, ed inizia la sua carriera da indipendente. Shindō può finalmente mettersi dietro alla macchina da presa, ed il suo primo film, nel 1951, è un'opera autobiografica, Aisai monogatari (愛妻物語, Story of a Beloved Wife), dedicato alla sua prima compagna, Kuji Takako. È questa la prima collaborazione del regista con la brava Otowa Nobuko, che poi ritornerà con lui l'anno successivo, prima, con Tonoyama, nell'anonimo Nadare (雪崩) e poi per uno dei capolavori di Shindō: Genbaku no ko (原爆の子, Children of the Bomb/Children of Hiroshima). Nel 1952, infatti, cessava formalmente l'occupazione americana e così la Nikkyōso, associazione nazionale degli insegnanti, decise di infrangere quell'omertà che in Giappone vigeva sugli eventi e sulle conseguenze riguardanti il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, e di commissionare un film sugli effetti della bomba, tale da scuotere le coscienze, ispirato al romanzo I figli della bomba [Genbaku no ko (原爆の子)], di Osada Shin. E chi meglio di un nativo di Hiroshima avrebbe potuto raccontarla?

In realtà le cose non andarono come la Nikkyōso voleva... Quel j'accuse richiesto al regista, che avrebbe dovuto mostrare gli effetti terrificanti dell'esplosione e la crudeltà degli occupanti, interessava poco Shindō, che forse è, tra i registi nipponici, il più vicino a Kurosawa, in quanto interessato sì alla mise en scéne, ma ancor di più agli esseri umani. Da buon “umanista”, pertanto, Shindō tratta il dramma del 6 agosto solo nell'incipit, bellissimo, del film, per poi cambiare totalmente registro, e concentrarsi soprattutto sui sopravvissuti, i bambini in primis. Attraverso la storia di una maestrina che ritorna alla sua città natale, Hiroshima, per la prima volta dall'esplosione, Shindō mette in scena un dramma corale in cui l'attenzione è spostata dai carnefici alle vittime, cui è stato negato un futuro. Ai committenti, cui interessava una declamazione della “disumanità” della bomba, non andò giù un'opera che aveva nell'”umanità” il suo centro, pertanto ritirarono il progetto, ma Shindō comunque non desistette e riuscì a concludere il film e a presentarlo quello stesso anno nelle sale, nella simbolica giornata del 6 agosto del 1952, sette anni esatti dopo la tragedia.

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(con Otowa Nobuko, attrice prediletta e moglie del regista)


Genbaku no ko venne accolto positivamente in tutto il mondo, e permise a Shindō di tornare alla regia di nuovo nel 1953 con un film che sa quasi di omaggio al maestro Mizoguchi. In Shuzuku (縮図) è sempre la Otowa a fare da protagonista, nella parte di una donna costretta a lavorare come geisha per mantenere la famiglia e a sacrificare anche i propri sentimenti per essa. Nonostante il tema di mizoguchiana memoria, Shindō ritrae una figura femminile molto diversa da quella di “vittima predestinata” del maestro, dotata di una forza e di un carattere inaspettati, cui contrappone invece la viltà maschile. Il tema della donna come individuo di pari dignità al maschio, ma da esso costretta a soccombere alla chiusura mentale della società giapponese ritorna nel 1953 con Onna no issho (女の一生, Life of a Woman) e l'anno successivo con Dabu (どぶ), sempre interpretati da Otowa e Tonoyama. E nel 1959 ritorna anche il tema della bomba atomica, con Daigo Fukuryū Maru (第五福竜丸, Lucky Dragon No. 5).

Daigo Fukuryū Maru, con taglio documentaristico, racconta del drammatico incidente accorso al peschereccio giapponese che dà il nome al film. Era il 1 marzo del 1954 e il peschereccio Daigo Fukuryū Maru era nei pressi dell'Atollo di Bikini, nei pressi delle isole Marshall, in piena attività. Quando si accorse del boato e della luce in lontananza era oramai troppo tardi: era in corso un esperimento nucleare da parte degli Stati Uniti. La notizia era nota in realtà, ed era stato ordinato ai pescatori di tenersi entro una certa linea di confine oltre cui non avrebbero corso alcun pericolo, senonché le previsioni del Governo statunitense si rivelarono errate quasi del doppio, con la conseguenza che quasi un centinaio di pescherecci finirono coinvolti dal fallout radioattivo. I marinai riuscirono a tornare in patria, ma risultarono tutti sofferenti di un grave avvelenamento alle radiazioni ed uno di loro, il telegrafista della nave, morì dopo appena sette giorni. Nonostante il tentativo da parte delle Autorità americane di coprire l'accaduto con un cospicuo risarcimento alle famiglie delle vittime, l'avvenimento scatenò molte azioni di protesta popolare contro l'uso della bomba, ed è anche per questo che Shindō, negli anni della contestazione per il rinnovo del Trattato nippo-americano, inscena un film che ha alla sua base il sentire della gente comune, inevitabilmente vittima delle scelte arbitrarie dei potenti.

Nonostante sia riuscito a farsi un nome in patria, tuttavia il successo commerciale non arride al regista, che vede nel 1959 la Kindai Eiga Kyōkai sull'orlo della bancarotta. A questo punto Shindō prende tutto quello che ha e decide di investirlo in un soggetto ambizioso, un film totalmente privo di dialoghi, un'opera che lui stesso definì come un “un poema cinematografico che cerca di catturare la vita degli esseri umani mentre lottano come formiche contro le forze della natura”: Hadaka no shima.

Hadaka no shima (裸の島, Naked Island), “L'isola nuda”, venne presentato al Festival internazionale di Mosca nel 1961, dove vinse il primo premio. Era la prima volta che Shindō lasciava il Giappone (anche in tempo di guerra era comunque di stanza in patria), ma si dimostrò comunque un abile mercante, vendendo i diritti di distribuzione del film in oltre sessanta Paesi. E la cosa non deve stupire... Struggente elegia del silenzio, Hadaka no shima è indubbiamente il capolavoro del regista. Nel racconto delle quotidianità di una coppia e dei loro due bambini che vivono su di un'isola inospitale, costretti ogni giorno a marciare per recuperare acqua potabile quasi come in ottemperanza di un rituale cui neanche la tragedia, inevitabile e sempre in agguato, può derogare, Shindō raggiunge l'apice della sua poetica umanistica, pur non rinunciando in parte ad un certo autobiografismo nella figura della madre (la propria e quella cinematografica) costretta a lavorare negli aridi campi dell'isola, cui la Otowa conferisce una dignità altissima.

Salvata così in extremis la Kindai Eiga Kyōkai dal fallimento, Shindō decide di proseguire su quella stessa linea narrativa inaugurata con Hadaka no shima, prima con Ningen (人間, Human), del 1962, sul dramma di una nave alla deriva, e poi con Haha (母, Mother), nel 1963, dove la protagonista (sempre la Otowa), è una madre single, costretta ad affrontare un tumore, la cecità del figlio e una gravidanza (sic!). Nonostante certe forzatura e un patetismo al limite della nausea, Shindō riesce ad imbastire due film di notevole spessore e dai contenuti sociali molto forti. Si tratta però degli ultimi del genere, perché da qui in poi la cinematografia del regista subisce una svolta inaspettata. Da sempre interessato alla persona quale individuo, Shindō ora si muove su un terreno più controverso, come quello della natura e delle pulsioni sessuali. Shindō non rinnega le tematiche socio-politiche che finora hanno padroneggiato i suoi film, ma cambia tuttavia registro poiché, come lui stesso affermerà, è nella sessualità che vede il vero motore delle azione umane, in quanto il sesso è la maggiore espressione dell'esigenza a sopravvivere che l'essere umano riesce a manifestare.

Ed il cambio di rotta è evidente nei film che seguono, tra i più belli del regista nipponico. Nel 1964 arriva Onibaba (鬼婆), ancora con Otowa Nobuko, accompagnata dalla bravissima Yoshimura Jitsuko, già musa di Imamura, che trionfa ai Blue Ribbon Award ed al Festival di Panama. Ambientato nei primi anni del periodo Muromachi, Onibaba racconta di due donne, rispettivamente suocera e giovane nuora, che nell'attesa che l'uomo di casa ritorni dalla guerra si arrangiano depredando i cadaveri dei soldati morti, o anche tendendo loro agguati e uccidendoli, al fine di rivenderne le armature e le armi. Di fronte alla presa di coscienza che l'uomo è probabilmente morto e non tornerà mai più, tra le due donne, prima legate da una sorta di patto per la sopravvivenza, nasce una forte rivalità che le porterà ad autodistruggersi. Telecamera spesso in spalla, un soundtrack di chiara ispirazione free jazz e l'uso delle maschere del teatro Noh quali, secondo le intenzioni del regista, simbolo della trasfigurazione umana del dopo olocausto nucleare, Onibaba è a metà tra un thriller ed un horror, e rappresenta un punto di non ritorno per Shindō, qui per la prima volta alle prese con un jidai geki.

La sessualità continua ad essere al centro del nuovo cinema di Shindō Kaneto prima nel 1965, con Akuto (悪党), poi con Honno (本能, Lost Sex), del 1966. Quest'ultimo racconta di un uomo anziano che soffre di un'impotenza temporanea, connessa in qualche modo all'esplosione atomica; è un film girato in uno splendido bianco e nero, dove le scenografie spoglie rendono gli ambienti astratti e pongono Shindō nel pieno della corrente della Nuberu bagu nipponica. Nel 1968 torna al cinema in costume con Yabu no naka no kuroneko (藪の中の黒猫, Kuroneko), a metà tra Onibaba e il cinema di Mizoguchi e che viene premiato al Mainichi film Award. A questi successi segue un periodo di confusione sia personale che artistico. Mentre il suo cinema si muove tra commedie e crime-stories, senza disdegnare la realizzazione nel 1975 di un importante documentario sul maestro Mizoguchi, e nel 1977 di un altro documentario sulla tragedia di Hiroshima, Shindō avvia una relazione sentimentale con la Otowa, nonostante fosse sposato, che durerà per sempre e culminerà nel 1978, dopo la morte della moglie di lui, da cui aveva comunque ottenuto nel frattempo il divorzio, nel matrimonio.




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(intervistato da Benicio del Toro in occasione di una retrospettiva alla Brooklyn Academy nel 2010. video)



Oramai l'autobiografia altrui e quella propria sembrano essere i temi preferiti di Shindō, che nel 1981 realizza l'interessante Hokusai manga (北斎漫画, Edo Porn), sulla vita romanzata del grande xilografo giapponese, e nel 1988 il bel Rakuyōju (落葉樹, Tree Without Leaves), sulla propria infanzia. E a più di ottant'anni suonati, nel 1995, Shindō continua a girare con il pluripremiato Gogo no Yuigon-jo (午後の遺言状, A Last Note), splendido dramma familiare, che sembra quasi una chimera tra certo Mizoguchi e certo Ozu, dove protagonista è per l'ultima volta la sua musa. Otowa Nobuko, infatti, durante la produzione del film, scoprirà di avere un cancro terminale e non arriverà mai alla fine delle riprese; le sue ceneri verranno cosparse sull'isola di Sukune, presso Mihara, nella prefettura di Hiroshima, dove Shindō aveva girato Hadaka no shima. Il lutto non ferma l'instancabile maestro che nel 2000 dedica un film alla vita dell'amico e socio Tonoyama Taiji, Sanmon Yakusha (三文役者, By Player), dove naturalmente molta attenzione è data anche alla propria figura vista la lunga collaborazione tra i due. E tuttavia il tempo passa per tutti e così Shindō deve ridurre la propria attività a causa degli acciacchi che la vecchiaia comporta, soprattutto da quando, dalla fine degli anni '90 e costretto su una sedia a rotelle.

Siamo nel 2010; Shindō ha 98 anni e trova la forza per girare un film che annuncia essere l'ultimo: Ichimai no hagaki (一枚のハガキ, Postcard). Ispirato alla propria esperienza militare, il film affronta il tema del dramma delle famiglie dei caduti. Con stile sobrio e asciutto Shindō riesce a raccontare un film bellissimo che colpisce la platea come la critica, più volte premiato e addirittura scelto dal Giappone come proprio rappresentante agli Academy Awards. Nell'aprile del 2012, in occasione del suo centesimo genetliaco la città di Hiroshima e il Giappone tutto organizzano numerose retrospettive e commemorazioni, cui si aggiungono gli attestati di stima provenienti da tutto il mondo.


Autore di un cinema che in oltre settant'anni di carriera non ha mai smesso di evolvere, Shindō è partito dal cinema scarno di Hadaka no shima per arrivare ai broccati di Kuroneko; ha trattato di politica, di tematiche sociali e della figura femminile, che nel suo cinema vince sempre, anche nella sconfitta, contro il maschio, quasi in una continua rivincita verso il ruolo che l'antiquata mentalità locale le attribuiva; ci ha raccontato di sé stesso, della propria infanzia, che ha un valore universale in quanto riguarda la storia di un uomo costretto ad abbandonare la propria terra per trovare uno scopo alla propria esistenza, il che era comune all'epoca in un Giappone, prevalentemente fondato sull'agricoltura, che si avviava a diventare una delle tre potenze più industrializzate della Terra; e ha raccontato della natura umana, attraverso le sue pulsioni più profonde, da quelle più comuni, come l'odio, l'invidia e la rabbia, fino alle più inconfessabili pulsioni erotiche che per il regista rappresentavano il motore stesso della vita. Ed è un cinema che racconta la vita quello di Shindō Kaneto, soprattutto nei suoi film più riusciti, ma anche in molti dei minori, perché era questo che cercava di fare Shindō: raccontare l'umanità tutta, in tutte le sue infinite sfumature di colore.

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Shindō Kaneto ha appena il tempo di vedere gli onori tributatagli per il suo secolo di vita: si spegne il 29 maggio del 2012. Le sue ceneri vengono sparse sull'isola di Sukune, dove riposavano quelle di Otowa Nobuko, con cui alla fine è di nuovo riunito.


Questa retrospettiva presenta i seguenti film del Maestro:

(verranno inseriti link alle recensioni)


Human

Mother

Edo Porn

Sakura-tai Chiru

The Strange Story of Oyuki

A Last Note

Will to Live

Postcard





Traduzioni già presenti in archivio:

(grazie ai subber: Polpa, Lexes, Pinko, Moonblood)


Children of Hiroshima

Kuroneko

Naked Island

Onibaba

Tree Without Leaves




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Traduzioni successive all'organizzazione dello speciale:

(grazie ai subber: andreapulp, GraziaSS, Meiko Kaji)


Kenji Mizoguchi: The Life of a Film Director

Owl

The Life of Chikuzan

Teacher and Three Children

A Scoundrel

Wolf

Story of a Beloved Wife

Hymn

The Iron Crown




- Buone visioni -


Messaggio modificato da fabiojappo il 15 October 2017 - 12:57 PM

"猿も木から落ちる" (Anche le scimmie cadono dagli alberi)





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#2 fabiojappo

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Inviato 28 November 2012 - 06:47 PM

Ragazzi, questa è un'operazione culturale senza precedenti !!!
Un fantastico omaggio al maestro Shindo Kaneto scomparso sei mesi fa a 100 anni !

Un applauso a tutti quelli che hanno contributo e un'ovazione :em67: :clap: a calimerina66 che ha reso possibile una retrospettiva di questa portata traducendo da sola cinque degli otto titoli che presentiamo.

Messaggio modificato da fabiojappo il 29 November 2012 - 10:35 AM


#3 Kiny0

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Inviato 28 November 2012 - 07:48 PM

Sì! Davvero un gran bel lavoro, ragazzi!
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#4 Cignoman

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Inviato 02 December 2012 - 11:27 AM

Un sincero e sentitissimo grazie a Shimamura per la sua brillante esposizione sul vita & opere del maestro, grazie ancora ad AsianWorld per le opportunità che ci dà di crescere e scoprire. Sono molto grato di aver potuto dare il mio piccolo contributo anche questa volta. A Calimerina rendiamo ogni onore per il grandissimo sforzo profuso con costanza e la cura estrema che ha sempre dimostrato nelle sue traduzioni, recensioni e approfondimenti.

Messaggio modificato da Cignoman il 02 December 2012 - 11:29 AM

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#5 Jesse Custer

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Inviato 02 December 2012 - 12:03 PM

Vi amo e vi rispetto, un momento importante per il cinema orientale in Italia.

#6 François Truffaut

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Inviato 02 December 2012 - 12:08 PM

Grandissimi! Grazie di cuore per questa retro mastodontica che per contenuti e titoli selezionati diventerà un punto di riferimento per gli amanti del cinema giapponese e del regista. :em07:

A presto per i commenti ai singoli film.

Cinema Taiwanese su AsianWorld.it



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Naomi Kawase: il cinema, i film

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Sottotitoli per AsianWorld: The Most Distant Course (di Lin Jing-jie, 2007) - The Time to Live and the Time to Die (di Hou Hsiao-hsien, 1985) - The Valiant Ones (di King Hu, 1975) - The Mourning Forest (di Naomi Kawase, 2007) - Loving You (di Johnnie To, 1995) - Tokyo Sonata (di Kiyoshi Kurosawa, 2008) - Nanayo (di Naomi Kawase, 2008)

#7 calimerina66

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Inviato 02 December 2012 - 12:49 PM

Ringrazio Picchi per aver coordinato l'iniziativa e Kiny0 per le bellissime grafiche. E naturalmente anche un grosso grazie a Shimamura81 per l'approfondimento.

Sottotitoli in italiano di film giapponesi e note storico-culturali

http://calimerina66.livejournal.com/

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#8 Tyto

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Inviato 03 December 2012 - 10:52 AM

Queste iniziative sono l'anima stessa di questo sito, e uno dei motivi per cui vale la pena affrontare una nuova settimana...
Complimenti e grazie.
file:///C:/Users/Francesco/Desktop/Francesco/Personale/inkan/Inkan.jpgImmagine inserita

#9 Shimamura

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Inviato 03 December 2012 - 01:25 PM

Grazie a tutti coloro che hanno partecipato e a coloro che con i loro commenti entreranno a far parte di questo progetto.

Lunga vita al cinema di SHINDO!!!

Hear Me Talkin' to Ya



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Subtitles for AsianWorld:
AsianCinema: Laura (Rolla, 1974), di Terayama Shuji; Day Dream (Hakujitsumu, 1964), di Takechi Tetsuji; Crossways (Jujiro, 1928), di Kinugasa Teinosuke; The Rebirth (Ai no yokan, 2007), di Kobayashi Masahiro; (/w trashit) Air Doll (Kuki ningyo, 2009), di Koreeda Hirokazu; Farewell to the Ark (Saraba hakobune, 1984), di Terayama Shuji; Violent Virgin (Shojo geba-geba, 1969), di Wakamatsu Koji; OneDay (You yii tian, 2010), di Hou Chi-Jan; Rain Dogs (Tay yang yue, 2006), di Ho Yuhang; Tokyo Olympiad (Tokyo Orimpikku, 1965), di Ichikawa Kon; Secrets Behind the Wall (Kabe no naka no himegoto, 1965) di Wakamatsu Koji; Black Snow (Kuroi yuki, 1965), di Takechi Tetsuji; A City of Sadness (Bēiqíng chéngshì, 1989), di Hou Hsiao-hsien; Silence Has no Wings (Tobenai chinmoku, 1966), di Kuroki Kazuo; Nanami: Inferno of First Love (Hatsukoi: Jigoku-hen, 1968) di Hani Susumu; The Man Who Left His Will on Film (Tokyo senso sengo hiwa, 1970), di Oshima Nagisa.
AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
Focus: Art Theatre Guild of Japan
Recensioni per AsianWorld: Bakushu di Ozu Yasujiro (1951); Bashun di Ozu Yasujiro (1949); Narayama bushiko di Imamura Shohei (1983).





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