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[CANNES 2026] REPORT DAL FESTIVAL


3 risposte a questa discussione

#1 creep

    antiluogocomunista

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Inviato 22 May 2026 - 04:49 PM

Report dal nostro inviato a Cannes Antonio Termenini


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LA VIE D’UN FEMME
(Concorso)
Voto: ★☆☆☆ (1/4)
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“La vie d’un femme” ripropone il problema del dover inserire speso in concorso film francesi mediocri, solo per il fatto di essere film francesi, appunto, e di avere star come Melanie Tierry e Lea Druker.

Gabrielle è un'infermiera di 55 anni insoddisfatta dalla vita sentimentale, spesso in difficoltà con il lavoro, frustrata da una vita di sacrifici che non sopporta più emotivamente. La storia d’amore con una collega la soddisfa, ma le sorprese non sono finite.

Film mediocre, prevedibile, pensato come un forte ritratto di donna, finisce per cadere nel ridicolo di alcune sequenze d’amore e per personaggi di contorno poco credibili.





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NAGI NOTES
(Concorso)
Voto: ★★☆☆ (2/4)
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Il primo film di Fukada in concorso a Cannes era molto atteso. Purtroppo ha deluso. E non poco. In tante interviste, incontri e masterclass Fukada ha sempre dichiarato la sua sconfinata ammirazione per il cinema francese, e in particolare per Eric Rohmer, per il suo cinema della quotidianità, minimalista.

“Nagi notes” è ambientato a Nagi, piccola località in Giappone, dove la scultrice Yoriku incontra dopo molto tempo l’architetto Yuri, venuta da Tokyo ad incontrarla. Le due intrecciano un rapporto di complicità, che non sfocia mai in una relazione compiuta. Piccoli gesti, la quotidianità, sguardi, una narrazione ferma, quasi ingessata. Anche l’attrazione tra due ragazzini amici di Yoriku è solo accennata. Fukada lascia volutamente tutto sospeso.

Il problema è che, alla lunga, “Nagi notes” gira a vuoto, finisce per stancare, avvitato su stesso, asfittico. Una delle cifre estetiche del cinema di Fukada, il sottotesto, il non detto, qui diventa un limite per un film che appare indeciso sulla strada da percorrere.





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THE MELTDOWN
(Un Certain Regard)
Voto: ★★★★ (4/4)
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Manuela Martelli è uno dei nomi più interessanti del cinema latino americano. Nel 2022 aveva presentato alla Quinzaine il bellissimo “1976”, atto d’accusa del regime di Pinochet attraverso gli occhi di una giovane donna.

Anche “The Meltdown” è filtrato dallo sguardo di una bambina, Ines, che aiuta la famiglia nella gestione di un hotel di montagna. Una località perfetta per sciare, dove si allena anche Hanna, promessa dello sci, accompagnata dalla madre e dal padre. Ines vive in un contesto tradizionista, abituata a non parlare, a non dire, a non rivelare segreti. Questo è il Cile del dopo Pinochet. E quando Hanna scompare la mente va subito ai desaparesidos, agli agguati, alle retate del periodo del regime. La madre di Hanna, in crisi con il marito, tenta ricerche disperate, ovunque. Ma si trova davanti un muro di gomma, omertà, un modus vivendi forgiato dagli anni del regime in cui il silenzio era l’approccio naturale alla realtà.

Martelli mette a confronto due solitudini: quella di Ines, bambina introversa, molto intuitiva, che ama poco la socialità e che non viene vista bene dalla madre e dalla nonna, ed Hanna costretta dalla pressioni del padre e della madre a performare a tutti i costi.

Martelli è magistrale nel registrare un’atmosfera di inquietudini, di perdite, di abbandoni, di silenzi colpevoli, con una metafora potente del clima di terrore del Cile di Pinochet.





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FATHERLAND
(Concorso)
Voto: ★★★★ (4/4)
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Heimat, la patria. La fine di una trilogia, iniziata con “Ida” e terminata con questa riflessione dettata dall’urgenza sulla nascita, la Storia ed il futuro di un continente: l’Europa. L’Europa del dopo conflitto della Seconda Guerra Mondiale, dilaniato da macerie, lacerato dai dubbi sulla direzione da prendere.

Al centro Thomas Mann, autorità morale oltre che scrittore immenso. Conteso dall’est che guarda al comunismo e dall’Ovest che guarda agli Stati Uniti. Accompagnato dalla figlia (una straordinaria Sandra Huller) e con il dolore di un fratello mai compreso.

Un messaggio ed un film potente quello di Paliwkowski, in un’epoca come la nostra in cui regna l’incertezza, la paura del futuro.

Stringato (’80), “Fatherland” è un viaggio nella memoria, una riflessione sul dolore, sulla morte. Freddo? Programmatico? No. Solo molto consapevole. Di dove vuole andare e delle coscienze che vuole smuovere.

Grande film.





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HISTOIRES PARALLÈLES
(Concorso)
Voto: ★☆☆☆ (1/4)
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Che pasticcio questo di Farhadi.

Il maestro dei destini incrociati metta la firma su un film su commissione che unisce personaggi sull’orlo di una crisi di nervi.

Una scrittrice, una doppiatrice e un doppiatore, un vagabondo. L’intreccio è pessimo, falso, al limite del ridicolo. Solo per poter riunire, in un unico film Vincent Cassel, Virginie Efra, Isabelle Huppert.

Terribile, da evitare anche per l’inutile lunghezza.





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GENTLE MONSTER
(Concorso)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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Marie Kreutzer, regista austriaca, dirige uno dei film più sottovalutati di questa edizione del festival di Cannes.

Lucy, compositrice e cantante di musica classica e moderna e Philipp vivono in una casa di campagna vicino Monaco di Baviera con il loro piccolo figlio. Improvvisamente la polizia fa irruzione accusando l’uomo di accuse molto pesanti.

Kreutzer filma il progressivo disorientamento di Lucy (interpretata splendidamente da Lea Seydoux) di fronte alle accuse di pedofilia rivolte al marito. Chiede alla madre cosa possa fare, incalza il marito ma anche la polizia. Si instaura un curioso parallelo tra la solitudine di Lucy e quella dell’agente che indaga il marito.

Un senso di vuoto, di perdita, di incapacità ad afferrare il reale e il presente pervade il film che della freddezza e (un po’ alla Haneke) fa la sua cifra stilistica. “

Gentle monster” è volutamente irrisolto, proprio perché le mille domande che affiorano attorno alla figura di Philipp rimangono senza risposta, come la solitudine di chi indaga, lo sconcerto di Lucy, e tutta la compiaciuta violenza online nei confronti dei bambini che si perpetua quotidianamente.





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SUDAIN
(Concorso)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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La prova più difficile per Riusuke Hamaguchi.

Superata brillantemente anche se “Sudain” non è certo il suo film migliore.

Ma ambientarlo quasi completamente (tranne una breve trasferta a Kyoto) in Francia, a Parigi, era una trappola in cui tanti registi sono caduti. Lontani dai loro ambienti, dai loro personaggi, dalla loro lingua.

Il film è quasi interamente ambientato in una RSA, dove una delle dirigenti, (interpretata da una magnifica Virginie Efra) alle prese con la difficile gestione dei pazienti, dei parenti dei pazienti, della cronica carenza di personale, vede la sua vita cambiare dopo l’incontro casuale con un’artista giapponese, anch’essa ammalata, che vive a Parigi da lungo tempo, assieme al marito, animatore di spettacoli teatrali indirizzati in particolare alla disabilità.

Torna il teatro, (“Drive my car”) la forza dei rapporti che riescono a smuovere tante rigidità comportamentali, una certa complicità tra donne che era emersa anche nei suoi film precedenti, con l’uomo che rimane spiazzato o ai margini.

E la capacità di trattare il tema della malattia, in particolare la malattia mentale, il disagio psichico con un approccio unico, umanista, mai banale, non compiaciuto, non riconciliato.

Il film dura quasi tre ore e mezza e francamente, il viaggio a Kyoto delle due protagoniste poteva essere un perfetto finale. Ma il dono della sintesi non appartiene a questo straordinario e sorprendente regista nipponico.





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THE UNKNOWN GIRL
(Semaine de la Critique)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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Jing Zou esordisce alla regia dopo che il suo primo cortometraggio era stato presentato proprio qui alla Semaine de la critique.

“The unknown girl” è un tradizionale coming of age incentrato su una ragazzina a disagio con una situazione famigliare problematica, tra un padre spesso assente ed una madre che non riesce a gestire il complesso milieu familiare.

Tutto molto corretto, anche troppo, lineare e diligente, senza particolari soprese. Piuttosto, ancora una volta, quasi sempre in questa edizione del festival di Cannes, un film che avrebbe potuto e dovuto durare ’90 e che invece va ben oltre le due ore.





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THE BELOVED
(Concorso)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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Quasi all’unanimità il film del festival, la Palma d’oro annunciata e necessaria. O addirittura il film dell’anno.

Non c’era bisogno di questo film nel film per capire quanto è bravo Rodrigo Sorogoyen e quanto sia immenso il talento di Javier Bardem. Da qui alla consacrazione unanime vista in questi giorni sulla Croisette ce ne passa.

“The beloved” è la storia, semplice e non nuova, di un regista molto famoso, che assalito da improvvisi sensi di colpa, per un passato turbolento nelle relazioni familiari, decide di far interpretare il suo nuovo film ad una figlia mai frequentata, vista poco, trascurata. Un atto che avverte come necessario. La figlia, non del tutto convinta, accetta. La lavorazione del film si trasforma in un percorso di dolore, redenzione, scoperta della verità.

Un film bigger than life, perché il cinema è bigger than life, in particolare quando girato in location sperdute, splendide (qui in Marocco) e quando pubblico e privato si mischiano. Tutto vero, tutto giusto, tutto necessario, perché la consapevolezza passa dal dolore, dalla sofferenza, dal riconoscere gli errori fatti.

Eppure qui Sorogoyen appare davvero programmatico, anche prevedibile negli obbiettivi che vuole raggiungere. Tutto quello che accade deve accadere, perché il percorso di redenzione sia tale, perché la figlia si senta finalmente figlia fino in fondo, perché il padre, oltre che essere grande regista, possa ammettere le sue colpe, sentirsi padre oltre che acclamato regista.

Bardem immenso.





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CLASSIFICA PERSONALE

★★★★
- The Meltdown
- Fatherland

★★★
- Gentle Monster
- Sudain
- The Unknown Girl
- The Beloved

★★
- Nagi Notes


- La Vie d’un Femme
- Histoires Parallèles

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#2 Kiny0

    Lynchiano-Tolkieniano

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Inviato 24 May 2026 - 05:39 PM

Tutti i vincitori asiatici di Cannes79

-Prix d'interprétation féminine: Virginie Efira e Tao Okamoto per Soudain (Kyū ni guai ga waruku naru, regia di Hamaguchi Ryusuke, Fra./Giap./Ger./Bel.)
-Premio della giuria: Elephants in the Fog (Tinihāru, regia di Abhinash Bikram Shah, Nepal)

Settimana internazionale della critica
-Aide Fondation Gan à la Diffusion: A Girl Unknown (Wúmíng nǚhái, regia di Zou Jing, Cina/Fra.)

** -L'Œil d'or: Rehearsals for a Revolution (regia di Pegah Ahangarani, Rep.Ceca/Spa./Iran).


** Bonus

Messaggio modificato da Kiny0 il 24 May 2026 - 05:41 PM

AsianZoo >>> Immagine inserita My Letterboxd >>> Immagine inserita


Traduzioni, recensioni*, adattamenti** e film ora in DVD***
Cinema Asiatico: Lost in Beijing (2007), Buddha Mountain (2010: w/ fabiojappo), Dirty Maria (1998), Samurai Rebellion (1967)***, The Ravaged House (2004: w/ fabiojappo), Freesia: Bullet Over Tears (2007), Il racconto di Watt Poe (1988)*, Cuffs (2002), Tokyo Marigold (2001: w/ fabiojappo), Villon's Wife (2009), Yellow Flower (1998), Going My Home - ep.6 (2012), A Gap in the Skin (2005), Inuyashiki (2018), Ajin: Demi-Human (2017), Dream, After Dream (1981), Chime (2024), My Broken Mariko (2022)**;
Altro Cinema: A Time for Drunken Horses (2000)**, Marooned in Iraq (2002), Mio in the Land of Faraway (1987), Breath (2017), High Ground (2020)***, Eroica (2003), Japan's Secret Shame (2018), La maman et la putain (1973)**, Les petites fugues (1979);
Retrospettive: Kumakiri Kazuyoshi (w/ fabiojappo & Tyto), Asano Tadanobu (w/ calimerina66, fabiojappo & ReikoMorita);
Revisioni: 1778 Stories of Me and My Wife (2011), Under the Hawthorn Tree (2011), Mekong Hotel (2012), Headshot (2011), BARFI! (2012), Rhino Season (2012), Metéora (2012), Secret Chronicle: She Beast Market (1974), The Other Bank (2009), The Good Road (2013), Just the Wind (2012), Daf (2003), AUN (2011), Jin (2013), Day and Night (2004), Nothing's all bad (2010), Saving General Yang (2013), Miss Zombie (2013), Legend of the Wolf (1997), Here comes the Bride (2010), Omar (2013), The Missing Picture (2013), The Legend of the Eight Samurai (1983), A Scoundrel (1965), Hope (2013), Empress Wu Tse-Tien (1963), Be with You (2018), Rage (2016), Himeanole (2016), Her Love Boils Bathwater (2016), Cutie Honey: Tears (2016), Good Morning Show (2016), Capturing Dad (2013), The 8-Year Engagement (2017), Golden Slumber (2018), When I Get Home, My Wife Always Pretends To Be Dead (2018), In the Heat of the Sun (1994), Memories of Tomorrow (2006), Send Me to the Clouds (2019), Éloge de l'amour (2001), Don Quixote (2010), Petal Dance (2013), The Family (2015), The Silent Forest (2020), Seobok (2021), Sweet Little Lies (2010), Passion (2008), The Witness (2018), Eyes of the Spider (1998), The Day of Destruction (2020), Under the Open Sky (2020), A midsummer's Fantasia (2014), The Witch: Part 1 - The Subversion (2018), Blind Woman's Curse (1970), Tonda Couple (1980), Kagero-za (1981), Haruko Azumi Is Missing (2016), Blue (2002), I Am Waiting (1957), Tugumi (1990), Girls' Encounter (2017), The Emperor's Naked Army Marches On (1987), Yumeji (1991), Fukuoka (2020), Ju Dou (1990)**, Satan's Slaves (2017), Apart (2020), Sauve qui peut (la vie) (1980), Creation of the Gods I: Kingdom of Storms (2023);

Progetto Asian Zoo: Asia Strikes Back (1983), A Watcher in the Attic (1993), Daughter of Darkness (1993), Biotherapy (1986), Kekko Kamen (1991), Kekko Kamen 2 (1992).

#3 creep

    antiluogocomunista

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Inviato 31 May 2026 - 06:48 PM

Seconda parte del report del nostro inviato a Cannes Antonio Termenini e bilancio finale

PAPER TIGER
(Concorso)
Voto: ★★★★ (4/4)
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James Gray torna al Queens, nei luoghi della sua gioventù, nei luoghi che lo hanno formato. “Paper tiger” è a metà tra un racconto di formazione ed una tragedia greca, come lo era “Little Odessa”, il film che lo rivelò alla critica internazionale nel 1994 al Festival di Venezia. Come là, anche in questa storia, due fratelli, un ingegnere piuttosto ingenuo, tutto devoto alla famiglia, ai sani principi per far crescere i due figli nel migliore dei modi, nel contesto middle class dell’America degli anni ’80, quella reaganiana di “Good morning America”. Una moglie che teme di fare troppe domande (e a volte le fa, perfetta Scarlett Johansson che si imbruttisce). Il fratello viene invece dalla NYPD, è interessato agli affari, alle scorciatoie. Vive una sorta di rivalsa non solo per lui, ma per l’intera famiglia.
Come in “Little Odessa” compare l’ombra della mafia russa che vuole fare affari nel business del used oil, in barba a qualsiasi regolamento ambientale. La messa in scena di Gray è classica e sontuosa e ricalca quella dei suoi film migliori. Gary e Irvin hanno una visione antitetica del mondo e del futuro. Il primo non disdegna le opportunità, ma cerca la tranquillità, la possibilità di far crescere i figli in un milieu ispirato ai migliori principi dell’american dream. Irvin intravede nel rapporto con i russi il momento del riscatto, dell’affrancamento, dell’allontanamento da una vita di limitazioni. Come tutte le tragedie greche, anche “Paper tiger” ha un finale molto amaro, con l’inseguimento di Irvin da parte dei mafiosi russi nella sterpaglia che si caratterizza come uno dei momenti più alti del cinema di Gray.







THE SAMURAI AND THE PRISONER
(Fuori Concorso)
Voto: ★★★★ (4/4)
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Kiyoshi Kurosawa sorprende ancora una volta con un'opera lontanissima da qualsiasi spettacolarizzazione del cinema storico.
Ambientato durante la presa del castello di Arioka, uno degli episodi cruciali del Giappone feudale, "The Samurai and the Prisoner", tratto da un romanzo di Yonezawa Honobu, sceglie deliberatamente la strada opposta rispetto all'epica tradizionale.
L'assedio rimane quasi sempre sullo sfondo. Al centro della narrazione troviamo invece un complesso intreccio di tradimenti, alleanze politiche e dilemmi morali, culminati nella prigionia di un guerriero samurai a cui viene negata la possibilità del suicidio rituale.
Kurosawa trasforma così un potenziale film bellico in un teso dramma da camera, costruito attraverso dialoghi, silenzi e confronti psicologici. La messa in scena, essenziale e quasi teatrale, accentua ulteriormente il senso di oppressione che attraversa l'intera opera.
A una prima impressione il film può sembrare eccessivamente lungo, ma la sua durata trova piena giustificazione nella ricchezza delle riflessioni che propone. Potere, vendetta, onore e responsabilità vengono continuamente messi in discussione, mentre il tradizionale codice etico dei samurai viene osservato da prospettive spesso contraddittorie.
Ne emerge un'opera cupa, affascinante e profondamente meditativa, guidata da una narrazione a spirale che cattura progressivamente lo spettatore.
Uno dei lavori più insoliti e maturi della recente filmografia di Kurosawa.





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CLASSIFICA PERSONALE
★★★★
  • The Meltdown
  • Fatherland
  • Paper Tiger
  • The Samurai and the Prisoner
★★★
  • Gentle Monster
  • Sudain
  • The Unknown Girl
  • The Beloved
★★
  • Nagi Notes
  • La Vie d’un Femme
  • Histoires Parallèles





BILANCIO FINALE


Non si può parlare della 79° edizione del festival di Cannes senza partire da un dato inconfutabile: il calo delle presenze, in generale, dagli accreditati ai festivalieri curiosi che amano vedere anche per qualche istante le star passare sulla Croisette, di almeno il 20% rispetto al 2025, forse 30% rispetto all’anno d’oro 2024. Le strade attorno al Palais sono state caotiche solo dal venerdì sera fino al pomeriggio della domenica. Il martedì sera il festival sembrava già finito. Anche lo screening schedule non è stato dei più brillanti, con i film più importanti, più interessanti, e di maggior richiamo incastonati da mercoledì a mercoledì, lasciando quasi completamente sguarniti gli ultimi due giorni e l’inizio. Certo, il conflitto in Iran ha portato a molte disdette, dal mese di marzo in poi, ad un calo drammatico di presenze, soprattutto al mercato, degli operatori provenienti dal Medio Oriente, dall’India e da gran parte del Sud Est asiatico. Viaggiare costa molto e con non pochi rischi. Molte le assenze anche da Canada, Stati Uniti ed America Latina. Solo l’Europa ha risposto come sempre, anche se anche le grandi case di distribuzione sono tornate a Parigi, Londra, Roma, Madrid già al mercoledì. Un calo non strutturale, ma sicuramente non benvenuto dagli organizzatori. Un’edizione meno caotica, quindi, che ha consentito ritmi più rilassati, necessari per vedere film che ad eccezione di “Fatherland” di Pawliknowski superavano quasi sempre le due ore, costringendo la stampa a veri e propri tour de force.
Nel bilancio di questa edizione occorre anche sottolineare il buon livello generale della selezione. Forse non al livello di quella del 2025, (a mio parere un solo capolavoro), ma con tanti film di buon livello, interessanti, importanti per vari motivi, di valore, su cui pensare. In particolare il concorso con il capolavoro di Christian Mungiu, “Fjord”, ambientato in un ameno villaggio norvegese, dominato da un finto progressismo dove una famiglia rumena ormai assimilata, rompe tutti gli equilibri, per un presunto caso di violenza dei genitori verso i loro figli. Potente, “Fjord” sancisce il completo e forse definitivo fallimento dell’integrazione sociale e culturale in Europa, con un necessario ritorno alle identità come elemento per preservare non solo la propria cultura, ma anche l’amore verso i propri cari. Un film che non lascia scampo, dove gli agenti deboli sono i bambini, che subiscono pressioni psicologiche, che devono rinunciare a muove amicizie, all’idea di una terra comune in cui crescere. La sofferenza dei figli, dei bambini, è stato uno dei temi comuni a molti film presentati a Cannes e presenti nelle varie sezioni: “The meltdown”, il bellissimo film della cilena Manuela Martelli che racconta il Cile degli anni ’80 visti e filtrati dagli occhi di una bambina particolarmente acuta, che vede quello che non doveva vedere e che tace perché il silenzio forzato è l’elemento che ha caratterizzato quel paese da Pinochet in poi. Ed ancora, in concorso, “Gentle Monster”, con un’appesantita Lea Seydoux, moglie di un uomo apparentemente tranquillo, impeccabile, che viene improvvisamente accusato di pedofilia. Un “gentle monster”, appunto, come il nome dell’account che utilizza per condividere migliaia di file di bambini, forse anche quello del figlio. O ancora la fragilità di “Dora” di Julie Sung, presentato alla Quinzaine de cineaste, adolescente disturbata, affascinante, che attira su di sé le attenzioni di un pittore giapponese frustrato, di sua moglie ex attrice, mutilata da un cancro al seno, e dei genitori preoccupati per il suo presente e futuro. Oltre all’adolescenza, anche quello della guerra, o meglio le guerre, è stato uno dei temi dominanti di Cannes ’79. Dal tradizionale, ma molto, molto solido, “Moulin” di Laslo Nemes, sul capo della resistenza francese all’occupazione nazista degli anni ’40, con Gilles Lelouche protagonista. O ancora “A man of his time” dell’esordiente francese Emanuele Marre, coraggioso film su chi ha combattuto senza paura durante il periodo di Vichy. Su tutti, svetta sicuramente, “Fatherland” di Pawel Pavlikowski, che non è tecnicamente un film bellico, ma un’opera che riflette sulle conseguenze dei conflitti, sulle psicologie di chi li vive, sulle scelte da compiere. Il regista polacco, che termina così una trilogia sull’heimat, la patria, iniziata con “Ida” e proseguita con “Cold war” (anch’esso premiato nel 2018 con la Palma per la miglior regia), segue il viaggio di Thomas Mann in un paese dilaniato dalla guerra, dalle bombe, dalle ideologie, dalle macerie, diviso in due, posto di fronte alla scelta se seguire il modello statunitense o quello dell’Unione Sovietica. Mann sceglie l’uomo, il fratello che tragicamente muore, la figlia che cerca di smussare le mille contraddizioni dell’epoca.
In “Minotaur” di Andrei Zviaguinstev, gran premio della giuria, il conflitto, o meglio, l’operazione speciale iniziata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, entra solamente all’inizio, e nella parte finale, in una storia di infedeltà, tradimenti, delitto e castigo in una famiglia dell’alta burocratia russa, in cui un dirigente si accorge che la moglie la sta tradendo con un giovane fotografo. Il risveglio brusco di un uomo qualunque che accetta passivamente gli ordini che gli vengono impartiti, ma che non tollera l’adulterio. Il cineasta russo, tornato dietro la mdp dopo sette anni, un anno passato tra la vita e la morte a causa di una grave forma di Covid, realizza un film non completamente riuscito, forse eccessivamente programmatico e pensato (e troppo lungo come gran parte dei film passati a Cannes), ma sicuramente importante.
In guerra può anche nascere l’amore, ardere la passione, anche quella più nascosta e proibita, come quella che lega due giovani soldati belgi durante la prima guerra mondiale nel vitale “Coward” di Lukas Dhont. Un film che non teme la crudeltà, a partire dalle parti belliche, ma che lascia trasparire la dolcezza, l’ingenuità e l’immediatezza di un rapporto sincero nato e sviluppatosi in un contesto di morte e disperazione.
La vitalità del cinema spagnolo si è espressa non solo con il sorprendente “La bola negra” di Javier Calvo e Javier Ambrossi, ma anche con i nuovi film di Pedro Almodovar, “Amagra navidad” e con “El sier querido”, (“The beloved”, in inglese). Di Sorogoyen abbiamo già ampiamente parlato. Bardem al meglio nei panni di un regista tormentato nei legami famigliari, nel lavoro che lo assorbe completamente. Sorogoyen meno. Il rapporto padre-figlia, il film nel film, il doppio travaglio corrono su due binari paralleli sullo sfondo di scenari magnifici in cui il regista sta girando il suo ultimo film. Due binari che intendono ricongiungersi, ma che rimangono lontani, in un’accanita ricerca (eccessiva) del pathos, del momento in cui lo spettatore deve immedesimarsi con la vicenda che viene messa in scena. Come se Sorogoyen che ha sentito la materia narrante come altre volte in precedenza, chiedesse allo spettatore una totale immedesimazione. Il film rimane in questo modo intrappolato, anche quando cerca di alzare al massimo il volume dell’empatia.
Il buon Almodovar, invece, lontano dai film su commissione, e dalle atmosfere americane, torna a raccontare le mille nevrosi dell’universo femminile; uno scrittore che scrive di una scrittrice, che a sua volta descrive un universo (quasi interamente femminile) di nevrosi, di perdite, di dolore e di desiderio. “Amagra navidad” è stato spesso definito come un film incompiuto. E lo è, per molti versi, se si pensa al finale, o a tanti personaggi che rimangono sospesi. Ma è nella sua premessa che il film è incompiuto, sospeso, quasi Almodovar volesse mettere sul tavolo una serie di elementi che si intrecciano, che formano un nucleo narrativo, ma che non trovano una risoluzione compiuta.

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#4 Dan

    It’s Suntory Time!

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Inviato 04 June 2026 - 12:19 PM

Mi era sfuggito il Kurosawa jidaigeki... vediamo un po'.





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