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LA VIE D’UN FEMME
(Concorso)
Voto: ★☆☆☆ (1/4)
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“La vie d’un femme” ripropone il problema del dover inserire speso in concorso film francesi mediocri, solo per il fatto di essere film francesi, appunto, e di avere star come Melanie Tierry e Lea Druker.
Gabrielle è un'infermiera di 55 anni insoddisfatta dalla vita sentimentale, spesso in difficoltà con il lavoro, frustrata da una vita di sacrifici che non sopporta più emotivamente. La storia d’amore con una collega la soddisfa, ma le sorprese non sono finite.
Film mediocre, prevedibile, pensato come un forte ritratto di donna, finisce per cadere nel ridicolo di alcune sequenze d’amore e per personaggi di contorno poco credibili.
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NAGI NOTES
(Concorso)
Voto: ★★☆☆ (2/4)
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Il primo film di Fukada in concorso a Cannes era molto atteso. Purtroppo ha deluso. E non poco. In tante interviste, incontri e masterclass Fukada ha sempre dichiarato la sua sconfinata ammirazione per il cinema francese, e in particolare per Eric Rohmer, per il suo cinema della quotidianità, minimalista.
“Nagi notes” è ambientato a Nagi, piccola località in Giappone, dove la scultrice Yoriku incontra dopo molto tempo l’architetto Yuri, venuta da Tokyo ad incontrarla. Le due intrecciano un rapporto di complicità, che non sfocia mai in una relazione compiuta. Piccoli gesti, la quotidianità, sguardi, una narrazione ferma, quasi ingessata. Anche l’attrazione tra due ragazzini amici di Yoriku è solo accennata. Fukada lascia volutamente tutto sospeso.
Il problema è che, alla lunga, “Nagi notes” gira a vuoto, finisce per stancare, avvitato su stesso, asfittico. Una delle cifre estetiche del cinema di Fukada, il sottotesto, il non detto, qui diventa un limite per un film che appare indeciso sulla strada da percorrere.
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THE MELTDOWN
(Un Certain Regard)
Voto: ★★★★ (4/4)
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Manuela Martelli è uno dei nomi più interessanti del cinema latino americano. Nel 2022 aveva presentato alla Quinzaine il bellissimo “1976”, atto d’accusa del regime di Pinochet attraverso gli occhi di una giovane donna.
Anche “The Meltdown” è filtrato dallo sguardo di una bambina, Ines, che aiuta la famiglia nella gestione di un hotel di montagna. Una località perfetta per sciare, dove si allena anche Hanna, promessa dello sci, accompagnata dalla madre e dal padre. Ines vive in un contesto tradizionista, abituata a non parlare, a non dire, a non rivelare segreti. Questo è il Cile del dopo Pinochet. E quando Hanna scompare la mente va subito ai desaparesidos, agli agguati, alle retate del periodo del regime. La madre di Hanna, in crisi con il marito, tenta ricerche disperate, ovunque. Ma si trova davanti un muro di gomma, omertà, un modus vivendi forgiato dagli anni del regime in cui il silenzio era l’approccio naturale alla realtà.
Martelli mette a confronto due solitudini: quella di Ines, bambina introversa, molto intuitiva, che ama poco la socialità e che non viene vista bene dalla madre e dalla nonna, ed Hanna costretta dalla pressioni del padre e della madre a performare a tutti i costi.
Martelli è magistrale nel registrare un’atmosfera di inquietudini, di perdite, di abbandoni, di silenzi colpevoli, con una metafora potente del clima di terrore del Cile di Pinochet.
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FATHERLAND
(Concorso)
Voto: ★★★★ (4/4)
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Heimat, la patria. La fine di una trilogia, iniziata con “Ida” e terminata con questa riflessione dettata dall’urgenza sulla nascita, la Storia ed il futuro di un continente: l’Europa. L’Europa del dopo conflitto della Seconda Guerra Mondiale, dilaniato da macerie, lacerato dai dubbi sulla direzione da prendere.
Al centro Thomas Mann, autorità morale oltre che scrittore immenso. Conteso dall’est che guarda al comunismo e dall’Ovest che guarda agli Stati Uniti. Accompagnato dalla figlia (una straordinaria Sandra Huller) e con il dolore di un fratello mai compreso.
Un messaggio ed un film potente quello di Paliwkowski, in un’epoca come la nostra in cui regna l’incertezza, la paura del futuro.
Stringato (’80), “Fatherland” è un viaggio nella memoria, una riflessione sul dolore, sulla morte. Freddo? Programmatico? No. Solo molto consapevole. Di dove vuole andare e delle coscienze che vuole smuovere.
Grande film.
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HISTOIRES PARALLÈLES
(Concorso)
Voto: ★☆☆☆ (1/4)
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Che pasticcio questo di Farhadi.
Il maestro dei destini incrociati metta la firma su un film su commissione che unisce personaggi sull’orlo di una crisi di nervi.
Una scrittrice, una doppiatrice e un doppiatore, un vagabondo. L’intreccio è pessimo, falso, al limite del ridicolo. Solo per poter riunire, in un unico film Vincent Cassel, Virginie Efra, Isabelle Huppert.
Terribile, da evitare anche per l’inutile lunghezza.
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GENTLE MONSTER
(Concorso)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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Marie Kreutzer, regista austriaca, dirige uno dei film più sottovalutati di questa edizione del festival di Cannes.
Lucy, compositrice e cantante di musica classica e moderna e Philipp vivono in una casa di campagna vicino Monaco di Baviera con il loro piccolo figlio. Improvvisamente la polizia fa irruzione accusando l’uomo di accuse molto pesanti.
Kreutzer filma il progressivo disorientamento di Lucy (interpretata splendidamente da Lea Seydoux) di fronte alle accuse di pedofilia rivolte al marito. Chiede alla madre cosa possa fare, incalza il marito ma anche la polizia. Si instaura un curioso parallelo tra la solitudine di Lucy e quella dell’agente che indaga il marito.
Un senso di vuoto, di perdita, di incapacità ad afferrare il reale e il presente pervade il film che della freddezza e (un po’ alla Haneke) fa la sua cifra stilistica. “
Gentle monster” è volutamente irrisolto, proprio perché le mille domande che affiorano attorno alla figura di Philipp rimangono senza risposta, come la solitudine di chi indaga, lo sconcerto di Lucy, e tutta la compiaciuta violenza online nei confronti dei bambini che si perpetua quotidianamente.
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SUDAIN
(Concorso)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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La prova più difficile per Riusuke Hamaguchi.
Superata brillantemente anche se “Sudain” non è certo il suo film migliore.
Ma ambientarlo quasi completamente (tranne una breve trasferta a Kyoto) in Francia, a Parigi, era una trappola in cui tanti registi sono caduti. Lontani dai loro ambienti, dai loro personaggi, dalla loro lingua.
Il film è quasi interamente ambientato in una RSA, dove una delle dirigenti, (interpretata da una magnifica Virginie Efra) alle prese con la difficile gestione dei pazienti, dei parenti dei pazienti, della cronica carenza di personale, vede la sua vita cambiare dopo l’incontro casuale con un’artista giapponese, anch’essa ammalata, che vive a Parigi da lungo tempo, assieme al marito, animatore di spettacoli teatrali indirizzati in particolare alla disabilità.
Torna il teatro, (“Drive my car”) la forza dei rapporti che riescono a smuovere tante rigidità comportamentali, una certa complicità tra donne che era emersa anche nei suoi film precedenti, con l’uomo che rimane spiazzato o ai margini.
E la capacità di trattare il tema della malattia, in particolare la malattia mentale, il disagio psichico con un approccio unico, umanista, mai banale, non compiaciuto, non riconciliato.
Il film dura quasi tre ore e mezza e francamente, il viaggio a Kyoto delle due protagoniste poteva essere un perfetto finale. Ma il dono della sintesi non appartiene a questo straordinario e sorprendente regista nipponico.
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THE UNKNOWN GIRL
(Semaine de la Critique)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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Jing Zou esordisce alla regia dopo che il suo primo cortometraggio era stato presentato proprio qui alla Semaine de la critique.
“The unknown girl” è un tradizionale coming of age incentrato su una ragazzina a disagio con una situazione famigliare problematica, tra un padre spesso assente ed una madre che non riesce a gestire il complesso milieu familiare.
Tutto molto corretto, anche troppo, lineare e diligente, senza particolari soprese. Piuttosto, ancora una volta, quasi sempre in questa edizione del festival di Cannes, un film che avrebbe potuto e dovuto durare ’90 e che invece va ben oltre le due ore.
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THE BELOVED
(Concorso)
Voto: ★★★☆ (3/4)
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Quasi all’unanimità il film del festival, la Palma d’oro annunciata e necessaria. O addirittura il film dell’anno.
Non c’era bisogno di questo film nel film per capire quanto è bravo Rodrigo Sorogoyen e quanto sia immenso il talento di Javier Bardem. Da qui alla consacrazione unanime vista in questi giorni sulla Croisette ce ne passa.
“The beloved” è la storia, semplice e non nuova, di un regista molto famoso, che assalito da improvvisi sensi di colpa, per un passato turbolento nelle relazioni familiari, decide di far interpretare il suo nuovo film ad una figlia mai frequentata, vista poco, trascurata. Un atto che avverte come necessario. La figlia, non del tutto convinta, accetta. La lavorazione del film si trasforma in un percorso di dolore, redenzione, scoperta della verità.
Un film bigger than life, perché il cinema è bigger than life, in particolare quando girato in location sperdute, splendide (qui in Marocco) e quando pubblico e privato si mischiano. Tutto vero, tutto giusto, tutto necessario, perché la consapevolezza passa dal dolore, dalla sofferenza, dal riconoscere gli errori fatti.
Eppure qui Sorogoyen appare davvero programmatico, anche prevedibile negli obbiettivi che vuole raggiungere. Tutto quello che accade deve accadere, perché il percorso di redenzione sia tale, perché la figlia si senta finalmente figlia fino in fondo, perché il padre, oltre che essere grande regista, possa ammettere le sue colpe, sentirsi padre oltre che acclamato regista.
Bardem immenso.
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CLASSIFICA PERSONALE
★★★★
- The Meltdown
- Fatherland
★★★
- Gentle Monster
- Sudain
- The Unknown Girl
- The Beloved
★★
- Nagi Notes
★
- La Vie d’un Femme
- Histoires Parallèles







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