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[NEWS] Ichimei (Hara-Kiri: Death of a Samurai)

Takashi Miike rifà Harakiri, in 3D

40 risposte a questa discussione

#19 François Truffaut

    Wonghiano

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Inviato 20 May 2011 - 10:44 AM

Rassegna stampa:

"[...] Ichimei non ha praticamente nessun elemento chiaramente riconducibile alla poetica o all’estetica del suo regista. E dilata per praticamente l’intera sua durata quella staticità che aveva caratterizzato anche la prima parte del suo film precedente. Sostanzialmente, guardando Ichimei si ha l'impressione di vedere un'appendice alla trilogia dei samurai di Yoji Yamada. O meglio. Un film di Yamada privato della volontà reale di essere quadro storico, un film di Miike slegato dalla (sua) contemporaneità: è chiaro infatti che al suo autore interessano solo l’epopea melodrammatica, l'omaggio alla tradizione, l'attenzione alla costruzione formale.
Figlio di queste esigenze, Ichimei è un film vive in una bolla museale. Si può ammirare da alcuni punti di vista certo. Ma, castrandosi volontariamente, Miike firma un’opera che manca di reale carattere, che non si distingue in nulla, nei temi e nell’aspetto, da analoghi prodotti. E che finisce con l’essere più anonimo e statico, nella carriera del regista, di titoli prettamente ed esplicitamente meno impegnati e più commerciali come il recente Yattaman. Da Miike ci aspettavamo di più". (Federico Gironi)

"[...] Astratto e assoluto come un kammerspiel, Ichimei racconta una storia oltre il tempo, quella di una civiltà ingessata, defome sotto l'eleganza degli abiti e dei rituali, delle cortesie e delle forme. E' il secondo remake consecutivo per il regista nipponico dopo quello di 13 Assassins, e non sorprende: è il Giappone a rifare se stesso. Miike lo percuote con la proverbiale cattiveria, contenuta però dentro una messa in scena sorpredentemente controllata, e una gabbia narrativa più convenzionale. [...] Tutto il film in fondo è un gioco di sponda tra passato e presente, di edifici narrativi e formali, in cui il regista fa viaggiare il suo cinema attraverso il meccanismo dei flashback, il cromatismo simbolico, il 3D usato in maniera assolutamente inedita (nè come gioco prospettico né per dare profondità di campo, ma solo al fine di costruire un filtro, un doppio spazio della visione). Lavorando con maestria vari registri stilistici: il wuxiapian, lo splatter, il melodramma, il dramma neorealista, la tragedia. Issando la bandiera dell'uomo sopra i vessilli di stato. Con una forza espressiva e un'intensità emotiva che mostrano il fiato corto solo nel finale, tirato troppo per le lunghe. (Gianluca Arnone)

"[...] E' la conferma di come Miike stia lanciando un’ultima sfida, definitiva e complessa: alla storia e alla concezione del mondo sottesa all’etica samurai (e quindi a gran parte della cultura giapponese), al genere e al cinema tutto, alla sua storia e al suo futuro. Con il consueto atteggiamento tra fedeltà e trasgressione, Ichimei è un’altra decodificazione, un’interpretazione e uno scardinamento dei codici, di quanto d’illeggibile e inumano vi è in essi, perché costituzionalmente e istituzionalmente votati alla compressione della libertà e all’indifferenza dei sentimenti. [...] Eppure, stavolta, la carica iconoclasta ed eretica del cinema di Miike sembra non arrivare al livello dello stile, mai così splendido e controllato, nel suo gioco composto di campi e controcampi, nella fluida pacatezza dei carrelli, nel movimento quasi rituale dei corpi e la calibrata disposizione dei personaggi negli spazi. Ecco l’altro rigore, quello della forma, che non viene meno neanche nei momenti più drammatici o nei pochissimi combattimenti, ormai talmente stilizzati, da diventare pure cerimonie, dimostrazioni. [...] Ma questo film di sublime bellezza, che esprime tutta la sua potenza proprio nell’assoluta concentrazione figurativa, totalmente privo delle impennate ironiche e dissacranti che sono il marchio (e molto spesso il limite) di Miike, trova l’unica nota dissonante proprio nella scelta del 3D, davvero incredibile per le dinamiche puramente interiori che racconta. (Sergio Sozzo)

"[...] Ci si sarebbero potuti aspettare fiumi di sangue e arti in volo sullo schermo e invece le tre dimensioni servono a far sì che gli spazi assumano una loro concretezza esteticamente raffinata che integra perfettamente una narrazione che potremmo definire quasi teatrale. Perché ciò che qui interessa ad uno dei più importanti registi del cinema giapponese non è l'azione (a cui dedica l'unica scena ipertrofica del film nel sottofinale) ma il rapporto che intercorre tra chi detiene il potere e la ricchezza e chi non ha altro su cui contare che se stesso e la propria dignità. Le storie di Hanshiro e Motome prendono corpo in un mondo non poi così lontano dalla società attuale nella quale l'umiliazione dei deboli sembra essere uno dei più elevati momenti di piacere per chi può esercitarla. Rispettando le regole del film di genere Takashi Miike riesce al contempo ad attualizzarle offrendoci un'occasione per riflettere sulla sofferenza dell'essere umano. (Giancarlo Zappoli)

"[...] L'originale spezzava una lancia in favore della ribellione contro le ingiustizie sociali e una tradizione immodificabile. Anche il remake segue passo passo quella traccia, ma finisce per trasformare la solennità e la forza visiva del film di Kobayashi in una specie di copia un po' slabbrata, senza una vera necessità o urgenza, dove l'estetismo annacqua ogni cosa, a cominciare dal quadro di povertà del Giappone di allora. Mentre la scelta di sottoporre tutto il film a una edizione in 3D finisce per rivelarsi inutile e controproducente". (Paolo Mereghetti)

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Sottotitoli per AsianWorld: The Most Distant Course (di Lin Jing-jie, 2007) - The Time to Live and the Time to Die (di Hou Hsiao-hsien, 1985) - The Valiant Ones (di King Hu, 1975) - The Mourning Forest (di Naomi Kawase, 2007) - Loving You (di Johnnie To, 1995) - Tokyo Sonata (di Kiyoshi Kurosawa, 2008) - Nanayo (di Naomi Kawase, 2008)

#20 Kitano

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Inviato 20 May 2011 - 10:52 AM

Ma Mereghetti ancora non lo cacciano?



#21 François Truffaut

    Wonghiano

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Inviato 20 May 2011 - 10:53 AM

Purtroppo no. :em83:

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#22 Kitano

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Inviato 20 May 2011 - 10:59 AM

Riporto il commento che Giona A. Nazzaro ha scritto su facebook (sperando che non vada contro qualche regolamento).

"Miike notevolissimo [...] Film controllato e classico nel senso piu' alto e nobile possibile, senza contare un discorso politico di rara efficacia e precisione etica... la tradizione guerriera samurai ne sce a pezzi, insomma miike fa ai samurai cio' che i suoi film hanno fatto ai generi giapponesi..."



Mentre qui il commento di Raffaele Meale da CineClandestino

"Quanti sono, all’interno del panorama cinematografico contemporaneo, i registi in grado di dimostrare lo stesso coraggio e la voglia di mettersi continuamente in discussione che anima le opere di Takashi Miike? Da questo interrogativo si deve partire per cercare di comprendere fino in fondo non solo la scelta di un’operazione produttiva come quella di Hara-kiri: Death of a Samurai (il titolo originale è Ichimei), ma anche la grandezza del film stesso, uno dei migliori visti nel concorso ufficiale della sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes. In realtà una parte non indifferente di accreditati stampa si è avvicinata al film solo perché pubblicizzato dal festival strombazzandone il ruolo (del tutto casuale) di primo film in 3D presentato in concorso a Cannes: un peccato, perché in realtà mai come in questo caso la tecnica stereoscopica appare come qualcosa di poco più del classico specchietto per allodole. Oltre a non utilizzare la tridimensionalità per l’intera durata del film, limitandola a determinate sequenze – pur composte con una certa cura – Miike fa del 3D un’arma di provocazione, perseguendo comunque una messa in scena razionale, geometrica, rigorosa come pretenderebbe il genere.
Perché Hara-kiri: Death of a Samurai è un classico jidai-geki, un racconto di epoche passate, remake del capolavoro di Masaki Kobayashi che se ne tornò in Giappone dalla Croisette portando con sé il Premio Speciale della Giuria. Altra scelta, questa, che denota un coraggio fuori dal comune: chi, a parte Miike, avrebbe avuto l’ardire di assumersi le responsabilità di un rifacimento così rischioso nel paragone? Se il regista di 13 Assassins – che dopo la scandalosa esclusione dai premi all’ultima Mostra di Venezia, uscirà finalmente nelle sale italiane il prossimo giugno – esce dalla contesa incolume e vittorioso, è perché non accetta in maniera prona di riprodurre sullo schermo la poesia visiva di Kobayashi, riuscendo allo stesso tempo a mantenere uno stretto legame con il film di quasi cinquant’anni fa. Se la trama è pressoché identica (fanno eccezione alcuni piccoli dettagli, in ogni caso non particolarmente rilevanti ai fini della narrazione e del risultato artistico), ciò che davvero coglie la comunione d’intenti ideale tra Kobayashi e Miike è la volontà di lavorare sul jidai-geki comeHara-kiri:_Death_of_a_Samurai_testo se si stesse in realtà mettendo in scena un gendai-geki, una storia ambientata nella contemporaneità: l’atto di profonda e incorruttibile accusa contro la vacuità del codice di vita samurai, visto come ipocrita dimostrazione di potere priva di alcuna umanità e comprensione, colpisce al cuore di una parte della popolazione giapponese oggi come cinquant’anni fa. Se il samurai rimane il simbolo stesso dell’eroismo e della nettezza etica della terra di Yamato – e non è certo un caso che da quando ha iniziato a ottenere apprezzamento e vittorie la nazionale di calcio sia stata ribattezzata Samurai Blue – e l’atto della morte rituale viene tuttora rispettato da buona parte della nazione, metterne in scena una così completa distruzione non può che apparire come una scelta dirompente, quasi eretica.
Al di là della confusione tutta occidentale tra i termini hara-kiri e seppuku (entrambi i rituali contemplano lo sventramento, ma solo il secondo prevede la presenza anche di un kaishakunin, vale a dire colui che provvede alla decapitazione del suicida dopo che questi si è inferto il colpo all’addome, in modo da evitare che il dolore finisca per sfigurargli il volto), figlia di un’ignoranza verso la cultura orientale che nasce da radici antiche, il film di Miike si iscrive a tutti gli effetti tra le tragedie ambientate nell’epoca Tokugawa più riuscite degli ultimi anni. In un percorso a flashback (simile a quello dell’originale) che va dal 1617 al 1634, vale a dire dalla morte di Ieyasu Tokugawa a poco dopo quella di Hidetada, suo successore alla guida dello shogunato, viene raccontata la storia di una famiglia che ha perso la propria classe sociale di appartenenza e non conta più nulla all’interno dei codici civili nipponici dell’epoca: Hanshiro e Motome – straordinari per intensità e capacità di controllo emotivo Ebizo Ichikawa ed Eita, così come anche Koji Yakusho e la giovane Hikari Mitsushima vista di recente al Far East in Villain – sono uomini destinati alla morte prima ancora che essa si abbatta effettivamente su di loro. L’attaccamento alla vita che dimostrano, l’amore verso la famiglia che esprimono senza bisogno di eccedere nei formalismi cui invece si rifanno gli uomini del clan Ii, sono elementi cristallizzati da Miike attraverso una messa in scena rigorosa ma sempre pronta a esplodere di una rabbia trattenuta, indomabile e salvifica. Movimenti di macchina parcellizzati ma sempre essenziali e sorprendenti, e un finale che ha da solo la forza di scardinare il mito stesso del clan: Hara-kiri: Death of a Samurai è in questo senso l’immagine speculare di 13 Assassins, il suo negativo fotografico e, allo stesso momento, il suo doppio, vero e proprio gemello eterozigoto.
Due opere maestose e dolorose, una volta terminati i quali la stragrande maggioranza dei cineasti pretenderebbe un meritato riposo: ma Miike non è la “stragrande maggioranza”, e ha appena finito Ninja Kids, tratto dal celebre manga Nintama Rantaro. Dimostrazione ultima e incontrovertibile della rara capacità di Miike di saper leggere il cinema a 360°: un privilegio di pochi."

Raffaele Meale
Cannes, 19-05-2011



#23 François Truffaut

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Inviato 20 May 2011 - 11:02 AM

Ottimo, Kitano!

Photocall e red carpet:


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#24 Kitano

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Inviato 20 May 2011 - 11:14 AM

E' sempre distratto e concentrato sul prossimo film :em83:



#25 Mr. Noodles

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Inviato 20 May 2011 - 12:01 PM

su Miike mi fido più di Nazzaro e Meale che di tutti gli altri messi insieme :em83:

#26 François Truffaut

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Inviato 20 May 2011 - 12:13 PM

Stai dicendo che quello che hanno scritto gli altri cinque non vale un ciufolo? Sono punti di vista diversi scritti da critici con sensibilità diverse (ci sono gli internettiani, i quotidianisti, gli asianofili, ecc...), tanto per farsi un'idea di come è stato accolto. L'unico giudizio che conta è il nostro. :em83:

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#27 François Truffaut

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Inviato 20 May 2011 - 01:53 PM

"Il film non ha scene di battaglia perché ci sarebbe voluto troppo tempo a girarle in 3D." Incontro con Takashi Miike


Dopo il magnifico 13 Assassins di Venezia, Takashi Miike conferma la sua forma stepitosa portando in Concorso sulla Croisette un altro magnifico tassello dalla fine di un'epoca, Ichimei (Hara-Kiri: Death of a Samurai), film caratterizzato da un utilizzo quantomeno "singolare" della tecnologia 3D - per forza di cose la conferenza stampa si instrada ben presto sui binari della stereoscopia nel cinema, e della violenza come punto cardine della poetica del cineasta giapponese

Come mai un altro film di samurai?
"Ichimei (Hara-Kiri: Death of a Samurai) non è stato pensato come un film basato sulla violenza. No, ad essere violento è il soggetto stesso del film, del quale sono molto appassionato. I miei film non si possono definire in base al genere: sono i personaggi della storia a decidere che forma prenderà il film. Io sono sotto il controllo del cinema e dei personaggi. I miei film sono il risultato dell'incontro fortuito tra le persone e le storie."

Ci spieghi un po' la scelta del 3D...
"La storia, l'ambientazione e il set di Ichmei (Hara-Kiri: Death of a Samurai) erano perfetti per girare in 3D. Detto questo, girare in 3D ti obbliga a un sacco di limitazioni. Il film non ha scene di battaglia perché ci sarebbe voluto troppo tempo a girarle in 3D. Ma girare in 3D ti apre anche a una grande schiera di possibilità."

Come ha lavorato lo sceneggiatore allo script?
Kikumi Yamagishi: "Ho lavorato duro per mantenere l'essenza della storia originale. Il personaggio del capo samurai è molto diverso dall'adattamento fatto da Kobayashi nel 1963. Il personaggio principale non uccide nessuno nell'opera originale. La sua intenzione è solo quella di tornare al significato originario del codice dei samurai e di dare una lezione a quelli che se ne sono allontanati."

Nel cast c'é anche il giovane attore giapponese Eita...
Eita: "Conoscevo i film di Takashi Miike e un po' temevo il suo metodo sfiancante di lavoro sul set. Ero pronto a sperimentare un sacco di tensione in scena, ma non ce n'é stata traccia. Takashi ha un gran senso dell'umorismo, mi ha spinto a dare il meglio di me davanti alla macchina da presa." (Sergio Sozzo)

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