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[RECE][SUB] Crossways

Traduzione di Shimamura81

13 risposte a questa discussione

#1 Shimamura

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Inviato 20 January 2010 - 03:51 PM

Crossways

(Incroci)


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Titolo originale: Jujiro [ 十字路 ]
Nazione: Giappone
Anno: 1928
Genere: Drammatico
Durata: 67 '
Regia: Kinugasa Teinosuke
Traduzione: Shimamura81
Revisione: Asturianito



"Non sono sicuro che Dio voglia la nostra felicità. Penso che voglia che noi amiamo e siamo amati. Ma noi siamo come bambini, che pensano che i loro giocattoli li renderanno felici e che tutto il mondo sia una stanza di giochi. Qualcosa deve spingerci fuori dalla stanza dei giochi e mandarci dentro alla vita degli altri, e quel qualcosa è la sofferenza".

Clive Staples Lewis



Introduzione.

In seguito agli eventi disastrosi del 1 settembre 1923, il cd "Grande terremoto del Kanto", i grandi studi cinematografici nipponici vengono quasi totalmente distrutti. Per sopperire alla domanda del pubblico, tuttavia, le case cinematografiche nazionali decidono di darsi all'importazione di film stranieri, in specie, l'attenzione viene rivolta al grande cinema tedesco ed ad autori come Murnau, Lang, Wiene, Sternberg, von Stroheim, etc...

L'influenza di questi cineasti sui colleghi nipponici sarà fondamentale, al punto che in breve il cinema giapponese non solo avvia una ripresa, ma dà luogo anche alla sua prima era d'oro. È in questi anni, infatti, che vedono la luce sia i capolavori del muto di Ozu Yasujiro [Umarete wa mita karedo ( 大人の見る繪本 生れてはみたけれど )], i primi capolavori di Uchida Tomu, di Gosho Heinosuke e, negli anni 30, anche i primi capolavori del sonoro di Mizoguchi Kenji [Naniwa hika ( 浪華悲歌 ) e Gion no shimai ( 祇園の姉妹 )].

Eppure, volendo restare all'epoca del muto, vuoi perché i film oggi a noi giunti sono pochissimi (a causa, in primis, dei bombardamenti americani nel 1945), vuoi per altre questioni, alla fine i titoli della prima epoca d'oro del cinema giapponese a noi noti si possono contare sulle dita di una mano...

Due di essi, forse i più importanti, sono opera di un unico autore: Kinugasa Teinosuke.



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Kinugasa Teinosuke ( 衣笠 貞之助 ).

Kinugasa nasce il 1 gennaio 1896 a Kyoto. Incomincia la sua carriera nel cinema come "onnagata", nel 1917. Era infatti uso, nel cinema giapponese, così come nel teatro kabuki, che ad interpretare ruoli femminili fossero in realtà uomini. Tuttavia, di lì a pochi anni, importata dall'America e dall'Europa, subentra anche in Giappone la prassi di attribuire ruoli femminili a donne "vere". Nonostante i numerosi scioperi e le numerose sommosse da parte degli onnagata (Kinugasa stesso fu a capo di alcune di esse), il destino di questa categoria era ormai segnato.

Costretto, quindi, a ricominciare daccapo, nel 1922 Kinugasa decide di darsi alla regia e concentra la propria attenzione su quei generi di ambientazione storica che tanto piacevano al pubblico di allora: jidai-geki e chambara. Sfortunatamente, dell'opera "muta" di Kinugasa ci è rimasto ben poco, essendo andati distrutti non solo a causa della guerra, ma anche a causa della scarsa incuria delle case cinematografiche, la maggior parte dei negativi. Tuttavia, per un semplice colpo di fortuna, alcune bobine di un paio di film erano rimaste proprio nello scantinato del regista, che dopo averle ritrovate, nel 1971, provvide a restaurarle e a riportarle all'attenzione della critica (1). Si trattava di due film: Una pagina folle [ Kurutta ippēiji ( 狂った一頁 ) ] e Jujiro.

Kurutta ippēiji è, oggettivamente parlando, il primo grande capolavoro del cinema nipponico. Il film, del 1926, nasce dalla frequentazione da parte di Kinugasa del movimento artistico d'avanguardia del Neosenzazionalismo (Shinkankakuha, Scuola della nuova sensibilità), la quale si proponeva di andare oltre la rappresentazione della realtà naturale, avvicinandosi, per certi aspetti, ma non fondendosi, con alcune tendenze surrealiste. Tra gli esponenti del Shinkankakuha vi erano due scrittori che molto avrebbero segnato l'opera di Kinugasa: Kawabata Yasunari e Kikuchi Kan (2).

Il gruppo fondò infatti una propria casa di produzione, la Shinkankakuha eiga, che iniziò la sua attività proprio con Kurutta ippēiji, in coproduzione con la casa cinematografica fondata proprio dal regista, la Kinugasa eiga. Il film si avvale della sceneggiatura di Kawabata (3) e della regia di Kinugasa ed è caratterizzato, inoltre, da una fotografia straordinaria con un uso continuo di sovrimpressioni, un montaggio rapidissimo e una macchina da presa mobilissima, opera di Sugiyama Kohei, poi collaboratore abituale di Kinugasa.

Il film è ambientato in un manicomio. Protagonista è uno dei custodi, legato al suo mestiere anche a causa delle condizioni della moglie, ivi ricoverata. Il giorno in cui loro figlia ritorna a casa per annunciare il proprio fidanzamento, si innescano una serie di intrecci e flashback che porteranno alla luce le tristi vicende dei suoi protagonisti. Privo peraltro di qualsiasi didascalia, il film è comunque di non facile comprensione per lo spettatore moderno. Non bisogna d'altronde dimenticare che, nel 1926, il pubblico nipponico ne usufruiva anche grazie all'ausilio dei benshi, incaricati proprio di spiegare agli spettatori, per lo più analfabeti, cosa accadeva sullo schermo. Ciò nonostante il film è un capolavoro non solo per la trama interessante, ma anche per l'incredibile, visionaria, messa in scena. La telecamera gira vorticosamente nei vari scenari, mettendo in mostra un'umanità fatta di reietti, persi nel loro mondo. Un mondo fatto di incomprensione, solitudine, angoscia e speranza. Kinugasa ci lascia un vero e proprio gioiello, riconosciuto, oggi, dalla critica internazionale, come uno dei più grandi capolavori dell'era del muto (4).

Nel 1928 segue Jujiro, e poi, anche in seguito al fallimento della casa di produzione, il ritorno ad una produzione più commerciale, che troverà un discreto successo nella prima versione cinematografica in assoluto del Chushingura ( 忠臣蔵 ), nel 1932, con quasi dieci anni di anticipo su quella più nota di Mizoguchi.

Tuttavia, per uscire dall'oblio, Kinugasa dovrà attendere il 1953, quando il Festival di Cannes premierà con la palma d'oro (all'epoca Gran Prix) il bellissimo La porta dell'inferno [ Jigokumon ( 地獄門 ) ], il cui successo internazionale continuerà con l'attribuzione, nel 1955, dell'Academy Honorary Award per il miglior film straniero e per i migliori costumi (5).

Kinugasa muore nella sua città natale, il 26 febbraio del 1982.



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Crossways (Incroci).

Jujiro ( 十字路 )vede la luce nel 1928. Conosciuto in Italia anche con il titolo Le ombre dello Yoshiwara, il film non presenta una trama complessa. Si tratta, infatti, di un comune melodramma ambientato nel passato: un jidai-geki, insomma (6). Il film però si colloca al di fuori di questi classici schemi.

Dopo il fallimento commerciale di Kurutta ippeiji, Kinugasa decise di fare un ultimo film con la sua compagnia, un film che proprio a causa dell'ormai inevitabile fallimento della Kinugasa eiga, sarebbe dovuto essere il suo canto del cigno. Per tale ragione il cineasta nipponico decise di andare oltre gli schemi tradizionali, eliminando, in primis, proprio l'elemento caratterizzante i film di ambientazione storica dell'epoca: la spada. A causa della mancanza di fondi, la compagnia fu costretta a riciclare i set dei film precedenti, soprattutto quello di Kurutta ippeiji.

Fortissima nelle ambientazioni è l'ispirazione dall'Espressionismo tedesco, ma tale ispirazione è ben evidente anche nell'uso delle luci, in contrasto perpetuo con le ombre. In effetti il regista si serve di questo contrasto proprio al fine di accentuare, accrescendo l'effetto di contrasto luce\ombra, la drammaticità di certe emozioni, come nelle gocce di pioggia che brillano tra i capelli della dolce O-Kiku. Straordinaria, in tal senso, la fotografia del giovane, ma già grandissimo, Sugiyama Kohei.

Protagonisti del film un fratello ed una sorella, Rikiya e O-Kiku, interpretati rispettivamente da Bando Junosuke e da Chihaya Akiko (7), entrambe vittima di un inganno. Il primo crede di aver ucciso un uomo in una lite per una donna, l'altra è vittima di un lascivo furfante, che cerca di estorcerle "favori" spacciandosi per poliziotto. La storia è narrata con un uso innovativo di flashback e di flash-forward che ottengono l'effetto di disgregare il confine, già labile, tra realtà e sogno. Kinugasa riesce ad ottenere ciò grazie all'uso ipercinetico della telecamera, che come in Kurutta ippeiji, corre impazzita per tutto il film, creando continue sovrapposizioni, come nell'incredibile scena in cui il giovane fratello viene accecato da della cenere gettata negli occhi. Rabbia, disperazione, angoscia, dolore, tutti questi sentimenti traspaiono dal montaggio, dai primi piani e dalla resa cinetica della scena, vista in soggettiva, proprio dalla parte della vittima. In tal modo Kinugasa ci rende partecipi del disorientamento e della disperazione del suo protagonista.

La scenografia è semplicissima. Il bivio dove vivono i protagonisti è caratterizzato solo da qualche albero e nient'altro. Se nel complesso ciò da luogo ad un'immagine un po' "costruita", dall'altro lato riesce perfettamente a suggerire l'impotenza e la disperazione della giovane sorella in continua attesa del suo amato, ma troppo impulsivo, fratello.

Kinugasa, da una trama che sarebbe servita al massimo a realizzare un melodramma di basso livello, riuscì invece a trarre un capolavoro che lui stesso definì: "Una sinfonia di grigio nello stile dei Sumi-e" (8). È evidente nell'opera l'influsso del Kammerspiel tedesco, che all'epoca era ben rappresentato in Giappone nei film importati dall'Europa. Qualcuno ha anche fatto notare una certa somiglianza con il cinema russo, quello di Sergej Michajlovič Ejzenštejn in specie, ma Kinugasa ha sempre precisato che all'epoca non aveva mai visto un film russo (9).

Quale sia stata la fonte\matrice di ispirazione del film, ciò che conta è il risultato. E il risultato è un film unico.

Drammatico\poetico\straziante\straniante. Ecco come definirei Jujiro.

Il film è una visione indimenticabile. Si resta colpiti dalla grande regia, dai "colori" che traspaiono dal bianco e nero nella descrizione del quartiere di Yoshiwara (10), dove la storia è ambientata.

Impossibile non restare coinvolti dall'intensità di Jujiro, soprattutto dalla figura di O-Kiku, disperata nel suo tentativo di aiutare il fratello, disposta a qualsiasi sacrificio per lui, anche a vendere se stessa, ma in fondo sempre umana, orgogliosa, fino al drammatico atto finale (un omicidio, vero stavolta!). Struggente la scena in cui cerca dei risparmi in un cassetto, ma non vi trova nulla, se non polvere. E allora capisce. Comprende che non ha nient'altro che sé stessa e che per avere del denaro per curare l'apparente cecità del fratello sarà costretta a vendere il suo corpo. O-Kiku (grazie alla regia di Kinugasa) ci mostra di aver raggiunto consapevolezza di ciò con un gesto di travolgente intensità. Tocca la polvere che ha nel cassetto, e la passa sul suo volto, come fosse cipria, belletto per una cortigiana...

Ma figura indimenticabile è anche la cortigiana O-Ume, di cui Rikiya è innamorato. Subdola, vigliacca, arrivista, ma anch'essa umana! Attratta da Rikiya, tenta anche (quasi) di aiutarlo, ma poi deve fare i conti con quello che è: una prostituta, destinata a vendere il proprio corpo a chi più può darle. Il contrasto tra il volto di O-Ume (una cortigiana) e quello di O-Kiku (la giovane e pura sorella di Rikiya ovvero madonnina infilzata di manzoniana memoria) è reso in maniera esemplare dal trucco delle due giovani.

Eppure magnifico è il ruolo di Bando\Rikiya. Alla disperata ricerca di amore, tentennante tra O-Ume e O-Kiku, alla fine si rifugia nell'autodistruzione, inconsapevole e\o consapevole di trascinare con sé anche la sorella.



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Jujiro è una delle pietre miliari della cinematografia nipponica. Jujiro è probabilmente, insieme a Kurutta ippeiji e Umarete wa mita karedo di Ozu, il film più importante della storia della filmografia muta nipponica (11).

Mi auguro possiate appezzarlo anche voi, come ho fatto io.

Buona visione.


Note.

  • I film poi ricomparvero nelle sale nel 1976.
  • In realtà Kikuchi non fu mai membro del gruppo, ma fu molto vicino ad esso, svolgendo la funzione di amico e mecenate per molti dei suoi componenti, Kawabata in primis.
  • In realtà opera della collaborazione tra Kawabata, Kinugasa, Sawada Banko e Inuzaka Minoru, la sceneggiatura appare anche nei credits attribuita interamente al premio Nobel. Il testo integrale della sceneggiatura è comunque edito in Italia nel volume: KAWABATA YASUNARI, Romanzi e racconti, a cura di Giorgio Amitrano, Milano, 2003.
  • Per chi volesse approfondire su Kurutta ippeiji, segnalo questo splendido articolo di Jasper Sharp.
  • Per "Gate of Hell" mi permetto di rinviare alla mia apposita [RECE] [SUB], tra qualche mese, spero, su questi lidi.
  • Ovvero di un chambara. La differenza tra jidai-geki e chambara è quasi insignificante. In teoria i primi sono quei film ambientati in un'epoca storica anteriore a quella Tokugawa, quindi prima del 1600, mentre i secondi dovrebbero essere film di "cappa e spada". Alla fine, oggi, i termini vengono usati come sinonimi per indicare i film in costume.
  • Ma alcune fonti riportano Chihaya Masako come vero nome...
  • La frase è riportata in: Aa. Vv., Dizionario dei film, Firenze, 1968.
  • In realtà, Kinugasa ebbe poi modo di conoscere Ejzenštejn di persona, quando alcuni anni dopo, bobine alla mano, si presentò in Russia, e di lì nel resto del continente Euroasiatico, fino a Parigi, per presentare il suo film. Ejzenštejn si dimostrò entusiasta di Jujiro, anche perché, com'era già noto, il regista russo aveva sempre avuto un certo interesse per il teatro giapponese. In questo modo Jujiro finì per diventare il primo film giapponese mai visto al di fuori del proprio paese.
  • Lo Yoshiwara ( 吉原 ) era il quartiere di Tokyo adibito alla prostituzione, insomma il quartiere dei "piaceri". Tutte le maggiori città nipponiche ne avevano uno. Si pensi allo Shimabara di Kyoto, o allo di Shinmachi di Osaka (dove Mizoguchi ambientò Naniwa hika e Gion no shimai ). Bruciato completamente nel 1657, il quartiere venne ricostruito subito dopo con il nome di Shin Yoshiwara (Nuovo Yoshiwara). Era situato nei pressi del quartiere di Asakusa, protagonista dei primi romanzi di Kawabata. Fritz Lang omaggiò le atmosfere del quartiere nel suo epocale film Metropolis, chiamando il bordello che compare nella seconda parte del film Yoshiwara Nightclub. Il capolavoro del maestro tedesco è quasi contemporaneo al film di Kinugasa, in quanto il primo è del 1927, mentre il secondo è del 1928.
  • Ce ne sarebbero molti altri, a dire il vero, ma questi tre sono i più noti e diffusi non solo in patria, ma anche al di fuori dei confini dell'arcipelago giapponese.

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Desidero ringraziare per la revisione, svolta in aggiunta al suo già prezioso lavoro di moderatore, Asturianito. :em07:
Ringrazio inoltre il buon battleroyale per la sua collaborazione in quanto "cavia" per il film! :em83:




AVVERTENZE

  • La versione del film su cui ho lavorato è quella realizzata nel 1976 per il mercato americano, quindi le didascalie sono in inglese. Per tale ragione ho dovuto creare e sincronizzare i sottotitoli (lavoro, in realtà, già svolto anche per "Laura" e "Day Dream"). Per qualunque difetto nel timing, vi prego di non esitare a contattarmi
  • La qualità del video, quindi, è anteriore alla recentissima riedizione nipponica, restaurata con tecniche all'avanguardia e, perciò, molto superiore a quella americana... Me ne scuso, ma questo offriva il mercato...
  • Il film resta ad ogni modo una vera rarità. Quindi non esitate a contattarmi via PM per informazione sul come reperirlo. Resto a vostra disposizione.

SOTTOTITOLI

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Messaggio modificato da Kiny0 il 14 October 2012 - 02:05 PM
Un paio di immagini sono sparite.

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Subtitles for AsianWorld:
AsianCinema: Laura (Rolla, 1974), di Terayama Shuji; Day Dream (Hakujitsumu, 1964), di Takechi Tetsuji; Crossways (Jujiro, 1928), di Kinugasa Teinosuke; The Rebirth (Ai no yokan, 2007), di Kobayashi Masahiro; (/w trashit) Air Doll (Kuki ningyo, 2009), di Koreeda Hirokazu; Farewell to the Ark (Saraba hakobune, 1984), di Terayama Shuji; Violent Virgin (Shojo geba-geba, 1969), di Wakamatsu Koji; OneDay (You yii tian, 2010), di Hou Chi-Jan; Rain Dogs (Tay yang yue, 2006), di Ho Yuhang; Tokyo Olympiad (Tokyo Orimpikku, 1965), di Ichikawa Kon; Secrets Behind the Wall (Kabe no naka no himegoto, 1965) di Wakamatsu Koji; Black Snow (Kuroi yuki, 1965), di Takechi Tetsuji; A City of Sadness (Bēiqíng chéngshì, 1989), di Hou Hsiao-hsien; Silence Has no Wings (Tobenai chinmoku, 1966), di Kuroki Kazuo; Nanami: Inferno of First Love (Hatsukoi: Jigoku-hen, 1968) di Hani Susumu; The Man Who Left His Will on Film (Tokyo senso sengo hiwa, 1970), di Oshima Nagisa.
AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
Focus: Art Theatre Guild of Japan
Recensioni per AsianWorld: Bakushu di Ozu Yasujiro (1951); Bashun di Ozu Yasujiro (1949); Narayama bushiko di Imamura Shohei (1983).

#2 battleroyale

    Kimkidukkiano Bjorkofilo

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Inviato 20 January 2010 - 04:19 PM

Film che va guardato a mente aperta.
Imprescindibile per conoscere il cinema giapponese. Shimamura è sinonimo di grande cinema :em16: :em67:
Grazie, amico ! :em67: :em37:
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#3 Cignoman

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Inviato 20 January 2010 - 06:51 PM

Qui sento odore di capolavoro e pietra miliare... Grandissimo Shimamura81 per la tua recensione dettagliatissima e curatissima!

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#4 lontano

    PortaCaffé

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Inviato 20 January 2010 - 07:29 PM

molto tempo fa vidi Kurutta ippeij si parlava dell'unica pellicola del regista arrivata ai giorni nostri (quanti tesori perduti)
e ora scopro questo altro film, fantastico, grazie

#5 battleroyale

    Kimkidukkiano Bjorkofilo

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Inviato 20 January 2010 - 08:53 PM

Rivisto con la mente aperta.
Confermo che si tratti di un film magnifico. La trama è poco interessante (a mio parere), ma è raccontata in un modo che la rende sublime.
Un film che si staglia rispetto agli altri film muti, grazie ad una piega molto surrealista e penetrante: musica al pianoforte eccelsa, interpreti dalla mimica geniale e regia di prim'ordine. Un gioiello da recuperare. :em16: :em67:
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#6 Barka77

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Inviato 20 January 2010 - 08:55 PM

Ottimo, grazie!!!!! :em16:

#7 battleroyale

    Kimkidukkiano Bjorkofilo

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Inviato 20 January 2010 - 09:09 PM

Dimenticavo.
Ancora complimenti per la splendida rece (come sempre) :em41: :em41:
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#8 Giangi

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Inviato 21 January 2010 - 01:21 AM

molto interessante
grazie!
ciao
Gianluca (Ji An-Luk ^_^)


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#9 Shimamura

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Inviato 24 January 2010 - 03:48 PM

Grazie a tutti! :em73:

lontano, il 20 January 2010 - 07:29 PM, ha scritto:

molto tempo fa vidi Kurutta ippeij si parlava dell'unica pellicola del regista arrivata ai giorni nostri (quanti tesori perduti)
e ora scopro questo altro film, fantastico, grazie

Prego.

In realtà il riferimento della tua fonte doveva essere all'opera "muta" di Kinugasa, di cui, a parte Kurutta ippeiji e Jujiro, non ci sono giunti che frammenti di pochi minuti. Al conrtrario, dell'opera di Kinugasa degli anni 50 abbiamo molti film, purtroppo passati inosservati in occidente a causa della concorrenza dei più apprezzati Mizoguchi e Kurosawa.

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AsianCinema: Laura (Rolla, 1974), di Terayama Shuji; Day Dream (Hakujitsumu, 1964), di Takechi Tetsuji; Crossways (Jujiro, 1928), di Kinugasa Teinosuke; The Rebirth (Ai no yokan, 2007), di Kobayashi Masahiro; (/w trashit) Air Doll (Kuki ningyo, 2009), di Koreeda Hirokazu; Farewell to the Ark (Saraba hakobune, 1984), di Terayama Shuji; Violent Virgin (Shojo geba-geba, 1969), di Wakamatsu Koji; OneDay (You yii tian, 2010), di Hou Chi-Jan; Rain Dogs (Tay yang yue, 2006), di Ho Yuhang; Tokyo Olympiad (Tokyo Orimpikku, 1965), di Ichikawa Kon; Secrets Behind the Wall (Kabe no naka no himegoto, 1965) di Wakamatsu Koji; Black Snow (Kuroi yuki, 1965), di Takechi Tetsuji; A City of Sadness (Bēiqíng chéngshì, 1989), di Hou Hsiao-hsien; Silence Has no Wings (Tobenai chinmoku, 1966), di Kuroki Kazuo; Nanami: Inferno of First Love (Hatsukoi: Jigoku-hen, 1968) di Hani Susumu; The Man Who Left His Will on Film (Tokyo senso sengo hiwa, 1970), di Oshima Nagisa.
AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
Focus: Art Theatre Guild of Japan
Recensioni per AsianWorld: Bakushu di Ozu Yasujiro (1951); Bashun di Ozu Yasujiro (1949); Narayama bushiko di Imamura Shohei (1983).





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