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[RECE][SUB] Nanami: Inferno of First Love


3 risposte a questa discussione

#1 Shimamura

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Inviato 17 March 2017 - 12:47 PM

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Titolo originale: Hatsukoi: Jigoku-hen

Regia: Hani Susumu

Paese: Giappone

Anno: 1968

Durata: 108'

Traduzione: Shimamura


I am interested only in the inside of people"
Hani Susumu [1]



Hani Susumu (羽仁 進)

Hani Susumu nasce a Tokyo il 10 ottobre del 1928. Suo padre era uno storico di fama, e il giovane Susumu ne erediterà la passione per il racconto degli eventi attraverso uno sguardo carico di realismo, ma mutuato attraverso anche una forte indagine e critica sociale.
In tal senso Hani inizia la sua carriera professionale come giornalista, ma poi inizia ad intererssarsi soprattutto ad un genere spesso posto in secondo piano dai critici, ma che nel caso di Hani in realtà rappresenta la maggior parte della sua produzione e probabilmente la vera ragione che lo ha portato ad imbracciare la macchina da presa: il documentario.
Come Kuroki Kazuo (黒木和雄), Hani inizia a lavorare alla Iwanami eiga (岩波映画), società di produzione specializzata nel documentario. Nello specifico il Maestro è particolarmente interessato al settore educativo, e per l'azienda realizzerà prima Kyōshitsu no kodomo-tachi (教室の子供たち, Children in the Classroom, 1955), poi E wo kaku kodomo-tachi (絵を描く子どもたち, Children Who Draw, 1956). Entrambe le opere si concentrano sulla vita scolastica dei giovani studenti giapponesi ed offrono uno spaccato della loro infanzia e al contenpo della loro vita scolastica che trascende il documentario, diventando al contempo un ritratto della quotidianeità di un popolo, nella prima decade successiva al conflitto, ma vista per la prima volta non attraverso il mondo degli adulti, bensì di quello degli studenti di una scuola elementare.
I due lavori fin da subito appaiono rivoluzionari. Per ottenere i finanziamenti per Kyōshitsu no kodomo-tachi dal ministero dell'istruzione Hani fu obbligato a presentare una sceneggiatura, ma quando si trovò finalmente con la telecamera in mano, davanti ai suoi attori, bambini di 6/7 anni massimo, il regista scelse di sedersi semplicemte in classe con loro, e di limitarsi ad osservarli, lasciando che il documentario fosse quasi del tutto fondato sull'improvvisazione


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Ma la svolta avviene soltanto quando Hani ottiene nel 1961 dalla Iwanami eiga i finanziamenti per girare la sua prima opera cinematografica. Furyō shōnen (不良少年, Bad Boys), questo il titolo, è un film che attraverso il racconto del passaggio dall'adolescenza all'età adulta di alcuni giovani, mette in mostra l'incomunicabilità che si era venuta a creare tra di essi e coloro che rappresentano le varie istituzioni presenti nella società, la famiglia, la scuola, etc... anche qui Hani si affida spesso all'improvvisazione, e ciò che ne esce, da molti considerato un capolavoro, è un ritratto sincero e dal piglio documentaristico di una generazione confusa, che trova nella ribellione e nella violenza spesso l'unica maniera di esprimersi. Girato quasi interamente in 8mm e 16mm, con attori giovanissimi, non professionisti, alcuni dei quali presi addirittura dal riformatorio, Furyō shōnen risente già delle prime influenze della Nouvelle vague, e marca un punto di non ritorno non solo nella poetica di Hani, ma anche per il cinema giapponese tutto.
Nel 1963 Hani gira un altro dei suoi capolavori, una coproduzione Iwanami eiga e ATG, Kanojo to kare (彼女と彼, She and He), interpretato da Hidari Sachiko (左 幸子), già musa di Imamura Shohei (今村 昌平) in Nippon konchuki (にっぽん昆虫記, The Insect Woman, 1963) [2], poi moglie di Hani. Entrambi i ruoli varranno nello stesso anno alla Hidari l'Orso d'argento come miglior attrice alla Berlinale. Kanojo to kare è incentrato sulla storia di una donna di estrazione piccolo borghese, che a causa dei fallimenti del proprio coniuge conoscerà la povertà e coloro che la affrontano quotidianamente, sprofondando sempre di più in un mondo verso cui prova repulsione, ma che la affascina anche in parte, e che infine non potrà che riservarle altro che dolore.

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Seguiranno poi alcuni anni a girare documenatri all'estero, anche in Italia, dove con Giuliano Tomei co-dirigerà Il Paradiso dell'uomo già l'anno prima di Kanojo to kare, fino in Africa, dove gira l'interessante Bwana Toshi no uta (ブワナ・トシの歌, The Song of Bwana Toshi).
In seguito Hani fonda la propria casa di produzione, la Hani Pro (羽仁プロ), e grazie all'ATG ritorna al cinema nel 1968 con quello che probabilmente è il suo capolavoro, Hatsukoi - jigoku-hen (初恋・地獄篇, Nanami: Inferno of First Love).
È la volta poi nel 1972 di Gozenchu no jikanwari (午前中の時間割り), sorta di film on the road tutto la femminile, che riprende il discorso artistico avviato da Hani con Hatsukoi - jigoku-hen, ma senza sfiorarne neanche lontanamente le vette, e il documentario Yôsei no uta (妖精の詩), nello stesso anno, che racconta della trasferta italiana del regista, quando andò a vivere in Sardegna, e si concentra sulle difficoltà ad adattarsi ad una nuova cultura di sua figlia, Mio.
E tuttavia Hani non solo non riesce più a trovare l'ispirazione di prima, ma anche il suo interesse per la macchina da presa sembra scemare, e a partire dagli anni Settanta il regista gradualmente passa dal cinema alla scrittura, proseguendo, ma con sguardo diverso, la ricerca storiografica iniziata dal padre.

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L'inferno del primo amore

Hatsukoi - jigoku hen, letteralmente "Primo amore: capitolo dell'Inferno", nasce in teoria dalla collaborazione tra Hani ed il genio di Terayama Shuji (寺山 修司) [3].
Hani grazie all'intercessione dell'amico e famosissimo illustratore Wada Makoto (和田誠) ebbe la possibilità di conoscere Terayama, e affascinato dal suo lavoro gli propose di lavorare su un suo soggetto. Ho detto in teoria perché le versioni appaiono discordanti in merito, in quanto Hani riferirà poi che Terayama, dopo aver letto lo script dell'opera, ritenendolo perfetto, decise di non intervenire sul lavoro, e tuttavia Hani fu costretto a chiedere all'ecclettico artista di apporvi la sua firma, perché i finanziatori, vista la crescente notorietà di Terayama tra il pubblico giovanile, volevano assolutamente la sua collaborazione. A dirla secondo Hani alla fine Terayama accettò di apparire come accreditato della sceneggiatura, pur non avendone scritto una riga, e non senza che questo creasse un po' di fastidio al più anziano collega. Detto questo non si può negare che l'influenza di Terayama sia evidente in più di una scena (dal sogno onirico di Shunichi al festino sado-maso cui partecipa Nanami), meno nel tema dell'infanzia violata e perduta, che è sì ricorrente in Terayama, ma certo non estraneo alla poetica di Hani.


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Hatsukoi - jigoku-hen è naturalmente molto di più di una storia d'amore tra due adolescenti, come il titolo lascia intendere. È piuttosto la storia della scoperta del sesso e della sessualità da parte di un giovane adolescente, Shunichi, e naturalmente dei timori che l'ingresso nell'età adulta comporta. Al contrario della sua giovane amica, Nanami, Shun non ha mai avuto esperienze sessuali prima. Nanami invece è una specie di spogliarellista, per così dire, abituata a fare contenti non pochi uomini, anche se dai desideri non proprio convenzionali. Ma i timori che Shun prova verso il sesso non nascono soltanto dalle sue personali paure, ma anche da una situazione familiare complessa, fatta di abbandono e abusi, e da pulsioni contorte, non negate, almeno nell'universo onirico. Un tragico destino impedirà ai due di concretizzare il proprio sogno d'amore quando oramai tutte le barriere sembravano superate e niente credevano avrebbe potuto ostacolarli.
Hani, oramai calatosi appieno nella Nuberu bagu giapponese, sembra tracciare una sorta di discesa verso un abisso da cui Shunichi non ha apparentemente via di fuga. La regia si concentra sui protagonisti, sui loro volti, e sulle loro espressioni, ora mobile, ora fissa. Le senzazioni vengono rese da un montaggio ora frenetico, ora compassato. Anche la caratterizzazione dei personaggi non è lineare. Alla fine Shun, nonostante alcuni eventi che sembravano farlo crescere, insegnargli a rapportarsi con i suoi coetanei, con una donna, non cambia di molto. Pur affrontando finalmente il suo carnefice, in concreto non riesce a scrollarsi di dosso quella buccia che viene magnificamente rappresentata nella metafora di un indovinello ricorrente nel film, perché l'unica via affinché ciò avvenga è il dolore, e Shun ha paura di ferirsi o essere ferito ancora, e anche di ferire gli altri, probabilmente.


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La profonda analisi interiore cui Hani sottopone i suoi personaggi è comunque complessa. Hani scava dentro i due giovani, tirando fuori le loro pulsioni e ambiguità, ma non sono solo i protagonisti ad essere oggeto della ricerca del Maestro. Dal ricco Ankokuji, al venditore di patate arrosto, alle altre modelle che lavorano insieme a Nanami, fino ai personaggi di contorno, come l'addetto alle consegne del ristorante oppure al tuttofare che procura gli oggetti di scena al sig. Ankokuji... nessuno di loro è lasciato al caso, ma sono tutti parte di un universo fatto di umanità e debolezze e sopraffazione, in cui Shun e Nanami non sono altro che parte di un ingranaggio.
Film tuttavia ermetico, dotato di una struttura narrativa non lineare (di nuovo l'influenza, o la penna, di Terayama), Hatsukoi - jigoku-hen è uno dei maggiori esempi della Nuberu bagu, e ciò nonostante anche uno dei meno noti, in parte per la minore politicizzazione del cinema di Hani rispetto a quello di autori come Yoshida e Oshima, in parte perché Hani è stato spesso interpretato come un documentarista prestato al cinema, e quindi una sorta di outsider. In realtà nell'opera di Hani parlare di documentario o di film è quasi un errore, in quanto il regista ha sempre avuto un piglio documentaristico anche nella realizzazione di opere destinate al cinema. Anche in Hatsukoi - jigoku-hen l'improvvisazione è evidente in molte scene: di nuovo gli attori sono quasi del tutto esordienti; in alcune scene, come quella girata alla stazione, dove una giovane ragazza vende audiocassette per persone sole, la telecamera, quasi come un occhio estraneo, riprende la scena quasi fossimo in un documentario, estraneo al film. È altresì vero che il film, raccontando della sessualità di due adolescenti, senza filtri, ed a causa di alcune tematiche, quali la pedofilia, e di alcune scene in cui sono presenti delle nudità di bambini, ha finito pe rincorrere nella censura di molti Paesi, anche in Occidente, come nel Regno Unito, e pertanto non ha avuto una distribuzione internazionale tale da permettere ad Hani di uscire dall'oblio. Fortunatamente negli ultimi anni le cose sono cambiate, e numerosissime sono state le retrospettive a lui dedicate.
Pietra miliare del cinema nipponico, Hatsukoi - jigoku-hen è un film assolutamene da vedere e di cui è consigliata assolutamente la visione.

See ya soon!

Note

[1] Tutti i riferimenti attribuiti ad Hani sono stati estrapolati dalla lunga e preziosa intervista al regista a cura di Alexander Jacoby e Rea Amit, pubblicata in www.midnighteye.com.
[2] Per Imamura e la sua filmografia si rinvia a quanto già detto in questa sede.
[3] Per un approfondimento su Terayama Shuji si rinvia a quanto detto nel breve saggio dedicato alla sua ultima opera, Saraba hakobune.



SOTTOTITOLI




Speciale Art Theatre Guild of Japan


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Messaggio modificato da fabiojappo il 17 March 2017 - 01:42 PM

Hear Me Talkin' to Ya



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Subtitles for AsianWorld:
AsianCinema: Laura (Rolla, 1974), di Terayama Shuji; Day Dream (Hakujitsumu, 1964), di Takechi Tetsuji; Crossways (Jujiro, 1928), di Kinugasa Teinosuke; The Rebirth (Ai no yokan, 2007), di Kobayashi Masahiro; (/w trashit) Air Doll (Kuki ningyo, 2009), di Koreeda Hirokazu; Farewell to the Ark (Saraba hakobune, 1984), di Terayama Shuji; Violent Virgin (Shojo geba-geba, 1969), di Wakamatsu Koji; OneDay (You yii tian, 2010), di Hou Chi-Jan; Rain Dogs (Tay yang yue, 2006), di Ho Yuhang; Tokyo Olympiad (Tokyo Orimpikku, 1965), di Ichikawa Kon; Secrets Behind the Wall (Kabe no naka no himegoto, 1965) di Wakamatsu Koji; Black Snow (Kuroi yuki, 1965), di Takechi Tetsuji; A City of Sadness (Bēiqíng chéngshì, 1989), di Hou Hsiao-hsien.
AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
Recensioni per AsianWorld: Bakushu di Ozu Yasujiro (1951); Bashun di Ozu Yasujiro (1949); Narayama bushiko di Imamura Shohei (1983).

#2 JulesWU

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Inviato 17 March 2017 - 05:35 PM

Ragazzi, filmone!

#3 ggrfortitudo

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Inviato 17 March 2017 - 09:24 PM

Grazie, Shimamura
per la presentazione di questo film e del regista Susumu Hani, per l'analisi completa e appassionata.

Davvero, bravo!

:em69: :em69:

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#4 Shimamura

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Inviato 18 March 2017 - 12:17 PM

Grazie a te che ci stai seguendo :em69:

Hear Me Talkin' to Ya



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AsianCinema: Laura (Rolla, 1974), di Terayama Shuji; Day Dream (Hakujitsumu, 1964), di Takechi Tetsuji; Crossways (Jujiro, 1928), di Kinugasa Teinosuke; The Rebirth (Ai no yokan, 2007), di Kobayashi Masahiro; (/w trashit) Air Doll (Kuki ningyo, 2009), di Koreeda Hirokazu; Farewell to the Ark (Saraba hakobune, 1984), di Terayama Shuji; Violent Virgin (Shojo geba-geba, 1969), di Wakamatsu Koji; OneDay (You yii tian, 2010), di Hou Chi-Jan; Rain Dogs (Tay yang yue, 2006), di Ho Yuhang; Tokyo Olympiad (Tokyo Orimpikku, 1965), di Ichikawa Kon; Secrets Behind the Wall (Kabe no naka no himegoto, 1965) di Wakamatsu Koji; Black Snow (Kuroi yuki, 1965), di Takechi Tetsuji; A City of Sadness (Bēiqíng chéngshì, 1989), di Hou Hsiao-hsien.
AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
Recensioni per AsianWorld: Bakushu di Ozu Yasujiro (1951); Bashun di Ozu Yasujiro (1949); Narayama bushiko di Imamura Shohei (1983).





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