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[RECE][SUB] A Petal

Traduzione di polpa

59 risposte a questa discussione

#1 polpa

    It’s Suntory Time!

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Inviato 28 January 2008 - 11:04 PM

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DelinQuent / Ace


A petal (Kkonnip)

Corea del Sud, 1996
101', col / b/n

regia: Jang Sun-woo
soggetto: racconto Over Ther Silently Wilts a Petal, di Choi Yun.
sceneggiatura: Jang Moon-il, Jang Sun-woo.
fotografia: Yoo Young-kil.
montaggio: Kim Yang-il.
musica: Won Il.
produzione: Miracin Korea.
interpreti: Lee Jeong-hyeon, Moon Seong-keun, Lee Young-ran, Park Kwang-jeong, Sol Kyung-gu, Chu Sang-mi


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Kwangju, maggio 1980. In seguito a una rivolta studentesca finita in strage per mano dei militari, una  ragazza, rimasta sola e oramai fuori di senno, vaga come un fantasma per i dintorni della cittadina, finché non incontra Chang, un operaio brutale che la prende con sé e abusa di lei.
Nel frattempo un gruppo di ragazzi, amici del fratello della ragazza, si mettono sulle sue tracce.

Pur seguendo il percorso interiore della ragazza, la sua disperazione e le sue allucinazioni, Jang Sun-woo usa molti, diversi mezzi per raccontare la "sua" Kwangju: didascalie, flashback in bianco e nero, "visioni sciamaniche" e inserti di animazione.
Un film doloroso, ripugnante e necessario, come pochi, altri capolavori del cinema coreano.

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Jang Sun-woo - Stralci da un'intervista

"Nel 1980, prima della sommossa di Kwangju, sono stato interrogato dalla polizia per circa tre mesi e i tre mesi successivi li ho trascorsi in prigione. Durante questo periodo ho pensato a come riprodurre le vicende di Kwangju e sono arrivato alla conclusione che il teatro non fosse adatto. (…) Con il teatro si può raggiungere solo un pubblico limitato, mentre il cinema consente di arrivare alle masse."

"Con A Petal – che racconta della sommossa di Kwangju, evento che per me è stato sempre un grande peso – volevo liberarmi di questo fardello, e ho preso a prestito alcuni elementi dello sciamanesimo, che avevo usato parzialmente anche nel mio documentario."

"Direi che sono interessato al sesso, alla politica e alla verità, che è la religione; questi sono i tre temi fondamentali che consentono di essere molto felici ma anche molto tristi; il loro ordine di importanza ovviamente può mutare."

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"Non ho mai pensato che il sesso e la politica possano essere separati. Nel sesso, come nella politica, c'è sempre un dominatore e un dominato. La nostra società ha molte contraddizioni, e se non è democratica, ciò si riflette anche sul sesso. Queste problematiche ritornano nei miei film e vengono descritte attraverso il sesso, che è uno specchio della nostra società."

"Ho sempre pensato di fare un film su Kwangju, ma prima del 1996 nessuno voleva produrlo perché era una vicenda ancora troppo scottante. (…) Se avessi avuto la possibilità di girarlo prima, sarebbe stato più di taglio documentaristico, dato che ho cominciato ad interessarmi alla regia proprio per riprodurre quanto è accaduto a Kwangju. Ma tra quei fatti e il 1996 erano passati troppi anni, quindi ho pensato che non avesse più molto senso e ho preferito girare A Petal in un altro modo. (…) La crudeltà e la brutalità nascono dal fatto che il massacro non è stato compiuto solo dai militari, ma da tutti noi. Crudeltà e brutalità possono manifestarsi in qualsiasi momento perché partono dal nostro io, come nel caso del protagonista maschile del film."

"Come in un rituale sciamanico, girando A Petal credo di essermi liberato da quel peso e da quel dolore. Ecco perché ho deciso di apparire nel film. Sono uno dei passeggeri del bus nella penultima scena. I passeggeri erano soltanto spettatori, osservavano gli eventi, ed io volevo essere uno di loro. A Petal è stato il mio unico film in cui ho pianto guardandolo. Ho pianto durante la sequenza in cui la protagonista è davanti alla tomba e ricorda quel giorno. E' il momento chiave del film in cui si attua il rituale sciamanico e la liberazione dal dolore. In generale, nessun mio film mi ha pienamente soddisfatto perché sono molto ambizioso."

(dichiarazioni tratte da Il cinema sudcoreano contemporaneo e l'opera di Jang Sun-woo, a cura di D. Cazzaro e G. Spagnoletti, Marsilio 2005).

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Rivolta studentesca scoppiata nel maggio del 1980 nella città di Kwangju, nella sezione meridionale della Corea del Sud. Causata da un diffuso malessere sociale, da una violenta azione repressiva del regime sudcoreano contro le forze dell’opposizione e dalla proclamazione della legge marziale, durò dieci giorni (dal 18 al 27 maggio), durante i quali furono attaccati numerosi edifici governativi. Per tutta risposta il governo ordinò un intervento congiunto di polizia, esercito e paracadutisti che causò la morte di diverse centinaia di studenti (ma furono almeno 2000 secondo le fonti dell’opposizione).
Negli anni Novanta, in un periodo di grave crisi politica e sociale, due ex presidenti sudcoreani, Chun Doo Hwan e Roh Tae Woo, furono incriminati per la strage e nel 1997 vennero condannati definitivamente a pesanti pene.

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Jang Sun-woo: sesso, caos e illuminazione

di Vittorio Renzi

Bisogna passare attraverso il cinema di Jang Sun-woo per capire veramente il cinema coreano di oggi. Perché Jang è uno di quegli autori seminali, i cui film sembrano non arrivare (mai o quasi) al risultato che si prefiggono, ma solo in quanto puntano in alto, rispecchiando la grande ambizione del cineasta di mostrare la Corea (e se stesso) per ciò che veramente è. E soprattutto per ciò che non è: una terra di pace, grazia ed armonia, immagine che tutti i governi sudcoreani (per non parlare di quelli del nord) hanno cercato sempre di dare in pasto ai coreani stessi e al mondo. Non esiste nulla di più “sgraziato”, di più ostico e irritante dei film di Jang Sun-woo, autore che sorprende sempre per la tenacia che dimostra nella ricerca del bello là dove nessun altro andrebbe a cercarlo. Di qui la sua peculiarità di illustrare il reale attraverso metafore quali il sesso, l’arte o i videogiochi. Ma soprattutto il sesso, gettato sullo schermo con la stessa violenza e apparente casualità di una pennellata di Pollock (ma senza la sua emotività): disordinato, rabbioso, egoista, mortifero. Sesso che si fa carico delle ambizioni e delle frustrazioni sociali dei personaggi, ma anche – più in fondo ancora – naturale espressione della loro bestialità innata, del loro esprimersi senza produrre senso. Sesso come paradigma di insensatezza, di vuoto esistenziale.
Un autore seminale, dicevamo: quel suo atteggiamento un po’ svagato di ragazzo (cresciuto) ribelle, sfrontato, a volte persino sgradevole nel non voler assumere nessuna posizione comoda, scontata, un’imprevedibilità che sembra quasi essere in cima alla sua filosofia di vita: ci piace immaginarlo simile, nella realtà, al personaggio da lui interpretato di recente in So Cute (Swiyeowo, 2004, di Kim Soo-hyun), padre irresponsabile, falso sciamano, eppure un uomo dal fascino e dal carisma innegabili.
Quelli che rimproverano a un film come Lies (o a Seom di Kim Ki-duk) di essere film sensazionalistici, “film da festival” dovrebbero forse riflettere sulla condizione dell’intellettuale in Corea oggi. Un Paese in cui il cinema, dopo decenni di condizionamento politico e di forte censura (anche preventiva), solo da pochi anni può permettersi davvero di dire ciò che vuole, come vuole. E’ normale quindi che alcuni temi tagliati fuori esplodano con violenza sullo schermo: è come se questo cinema avesse compiuto finalmente la maggiore età. Eppure ormai sappiamo bene che dietro a questi temi forti, e ai modi di rappresentazione spesso diretti o comunque mai “addolciti” dalla messa in scena (parliamo ovviamente sempre di un cinema molto personale come quello di Jang, Kim Ki-duk, Lee Chang-dong e altri) c’è uno sguardo profondo e penetrante sulla realtà coreana, sul quale pesa una storia di conflitti ininterrotti, cicatrici e divisioni che ne permeano la storia e la cultura ad ogni livello. Senza contare che la fase “sociale” del cinema coreano appare ormai tramontata definitivamente, in favore di un’espressione artistica più individuale, comune a quasi tutto il cinema (e l’arte in generale) contemporanei.
E proprio il cinema di Jang Sun-woo segna, in qualche modo, il passaggio dalla cosiddetta nouvelle vague coreana (quella che va all’incirca dalla metà degli anni Settanta a quella degli anni Ottanta di cineasti come Lee Du-yong, Kim Ho-seon, Park Kwang-su, etc.) fino a quella dei nuovi autori degli anni Novanta. La sua filmografia è costellata da film che avrebbero potuto essere qualcosa di diverso, che ancora lottavano coi limiti di una censura più “discreta”, più nascosta, ma ugualmente presente, come lamenta lo stesso Jang nella splendida intervista contenuta nel volume a cura di Cazzaro e Spagnoletti edito in occasione della retrospettiva pesarese . Allo stesso tempo, però, l’esito a volte incerto di alcune pellicole dipende dalla stessa visione di Jang, che a volte sembra confusa e orgogliosamente non riconciliata, lontana da ogni tipo di conformismo, in bilico fra satira politica, antimilitarismo e un buddismo alquanto personalizzato e sempre in una chiave “eretica” di ricerca personale.
Jang Sun-woo nasce a Seoul nel 1952, non ama studiare, preferisce viaggiare e spostarsi tradendo da subito la sua anima irrequieta e nomade. Il suo primo vero interesse è il teatro politico e solo in seguito scopre il cinema, al quale si avvicina dopo i ripetuti arresti che interrompono continuamente i suoi studi universitari. Nello stesso periodo si avvicina alla corrente mahayana del Buddismo, fondamentale per la sua formazione. Sin dagli esordi (Seoul Jesus / Soul Yesu, film co-diretto con Wan Sun-woo nel 1985, The Age of Success / Songgong sidae, 1988 e Lovers in Woomuk-Baemi / Umuk Paemiui sarang 1990) Jang sceglie un sentiero poco battuto e una forma di linee spezzate tendente allo sperimentalismo narrativo e cinematografico, muovendosi quindi in territori nuovi per il cinema corano, fino a quel momento prigioniero di stilemi alquanto tradizionali e impersonali (e questo nonostante i registi della nouvelle vague coreana, più attenta agli aspetti tematici che non di rinnovamento formale). Ma i primi film manifestano soprattutto quell’ironia feroce e l’assenza di sentimentalismi, riscontrabili in tutte le opere successive. I personaggi maschili, in tutti i suoi film, sono sempre destinati a fallire, a rovinarsi, ad autodistruggersi: una caratteristica comune a molti film coreani contemporanei, quasi un contrappasso e una rottura nei confronti della mentalità fortemente maschilista della cultura coreana.
Altra caratteristica di Jang è quella di servirsi spesso di testi preesistenti, come nel caso dei romanzi di Ha Il-ji o di Jang Jung-il (di quest’ultimo ne adatterà ben due). In The Road to the Racetrack (Kyongmajang kanun kil, 1991), ciò che lo attrae è il linguaggio centrifugo del romanziere, che descrive gli incontri di una coppia a Seoul: l’uomo e la donna si ritrovano dopo aver vissuto qualche anno insieme a Parigi. Ma ora, nel presente, a Seoul, non riescono più a ricostruire quel vecchio legame: restano solo le parole, le bugie, il girare in tondo. Non per niente il titolo (letteralmente “La strada per l’ippodromo”) fa luce su un luogo, l’ippodromo appunto, che non appare mai sullo schermo. L’amore non va da nessuna parte, resta fermo, imbrigliato nei meccanismi difettosi di un dialogo sterile. Un film postmoderno, come è stato giustamente definito da alcuni critici, in quanto è costruito in prima istanza sulla rappresentazione del dialogo, risolta in forme alternative al classico procedimento del campo/controcampo; la narrazione non ha respiro, implode su se stessa, su situazioni ripetute sino allo sfinimento.
Nel film successivo, Passage to Buddha (Hwaomgyong, 1993), Jang cerca di superare lo sguardo politico/ideologico in favore di uno religioso, rifacendosi addirittura a un testo buddista, il Sutra della Ghirlanda fiorita (Avatamsaka Sutra, del V secolo a.C.) ma ambientandone la parabola ai giorni nostri: un bambino che non cresce (fisicamente) mai e porta avanti la ricerca della madre che lo ha abbandonato, ancora in fasce, in un villaggio di minatori. Nonostante il giudizio eccessivamente severo dello stesso Jang, il film si fa apprezzare per una serie di scelte spiazzanti e originali, dalla fotografia che spesso assume toni e colori di favola, alle scene d’amore fra il bambino e le donne che incontra sul suo cammino. Il senso del film (l’Illuminazione è presente in ogni cosa, non c’è bisogno di ricercarla in un luogo particolare) coincide col percorso spirituale dello stesso Jang, sempre più convinto di quanto sia angusto il punto di vista comune sui fatti della vita, il separare il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, il bello dal brutto: le cose non stanno così, afferma il cineasta nei suoi film (e nelle esplicite dichiarazioni filosofeggianti nelle interviste), la realtà è una sola e comprende tutto. E come tale bisogna indagarla, senza giudicare.
Proseguendo su questa strada realizza To You, From Me (Noege narul ponenda, 1994), storia di uno scrittore obbligato da una bellissima donna a trovare in sé il seme del grande romanziere, che finisce invece per rinunciare a tutto diventando l’autista (soddisfatto) della donna, divenuta nel frattempo una modella famosa. Anche qui il dialogo e la narrazione frammentata prevalgono sullo sviluppo dell’azione e dei personaggi mettendo in rilievo la mancanza di fondamenta dell’ambizione e del carrierismo, ormai parte ntegrante dellla società coreana sempre più americanizzata. Nel 1995 il British Film Institute gli commissiona un documentario facente parte del grande progetto mondiale di documentari in occasione del centenario della nascita del cinema. Jang accetta a patto di poter essere fedele alla propria particolare ottica: Cinema on the road: un saggio sul cinema coreano segna dunque il suo esordio nel documentario. Un’esperienza felice che lo condurrà fra l’altro, nell’opera successiva, ad un’importante scelta di campo, al momento di portare sullo schermo i tragici avvenimenti in seguito ai quali, molti anni prima, aveva deciso di diventare un regista: la strage di Kwanju del 1980. Si trattò di una manifestazione di protesta nella città meridionale di Kwanju, costituita principalmente da studenti, repressa nel sangue per ordine dell’allora presidente Chun Du-hwan. Un trauma che ancora oggi pesa fortemente sulla coscienza collettiva dei coreani. Ma erano passati ormai sedici anni ed erano stati realizzati già alcuni film (più o meno liberi da censure) sull’evento. Jang opta percò per uno sguardo fortemente personale e “traslato”. Il risultato, A Petal (Kkonnip, 1996) è forse il suo capolavoro, anche se assai contestato da critica e pubblico che si aspettavano qualcosa di completamente diverso. Attraverso la storia di un’adolescente che vaga per la città in stato confusionale all’indomani della strage, ripetutamente picchiata e violentata da un operaio, Jang lancia la sua accusa più forte contro l’intera società coreana, portando in superficie i nodi irrisolti di una cultura della violenza che è insita della mentalità stessa dell’essere umano. Il regista  evita appositamente di ricorrere a facili capri espiatori e costruisce un cortocircuito di senso, alternando le scene di pestaggio degli studenti da parte dei militari a quelle di violenza dell’uomo sulla ragazza. Kwanju non è un episodio chuiso, le sue tracce permangono nel presente, nella psiche degli individui, nelle dinamiche sociali. Ma di sicuro per il regista si tratta anche di un’opera terapeutica e liberatora: nella già citata intervista dichiara che è l’unico suo film rivedendo il quale si sia commosso . A livello formale, A Petal raggiunge livelli elevatissimi, e forse questo è l’unico film in cui Jang riesce davvero a fondere bellezza e violenza, poesia e degrado in un quadro incredibilmente armonico di disarmonie programmatiche e brutali.
Più difficile confrontarsi con le opere successive, in cui il regista appare pervaso da una volontà sempre maggiore di provocare e sperimentare. Un’assenza pressoché totale di sceneggiatura e di tecnicismi in Bad Movie (Nappun yonghwa, 1997), dove Jang recupera le tecniche del documentario per pedinare e convivere con un gruppo di adolescenti che vivono per la strada (un po’ come i Kids di Clarke/Korine, ma con meno compromessi a livello formale). Un film forse apprezzabile più per i suoi intenti che per il risultato finale. Più compiuto invece Bugie/Lies (Kojimmal, 1999), a tutt’oggi il suo film più noto in occidente: odissea sessuale in una coppia costituita da un artista e una liceale, in cui l’atto sessuale diviene ossessione sadomaso, fino a fagocitare e prosciugare i due amanti. Curiosamente, ciò che più ha infastidito il pubblico coreano è l’insistenza delle scene di sesso, laddove non viene minimamente mostrata l’attività lavorativa e produttiva dei due personaggi. Ed è per questo che si può tranquillamente affermare che Lies è il film politicamente più riuscito di Jang Sun-woo, in cui egli dipinge l’essere umano come un essere dotato di istinti animaleschi, prima ancora che di una volontà produttivo-economica.
Perennemente inquieto e insoddisfatto, il cineasta ha provato poi a servirsi dei budget altissimi (per l’industria coreana) degli studios di Seoul, ma solo per uscirne scottato con un sonoro fiasco commerciale: la storia della Piccola Fiammiferaia raccontata in chiave postmoderna e in forma di videogioco. Eppure ciò che di irrisolto vi è in un film come The Resurrection (Songnyang pari sonyo ui chaerim, 2002), è allo stesso tempo ciò che costituisce la materia viva e pulsante del cinema stesso di Jang, che ha sempre scartato le forme di narrazione tradizionale in favore di sguardi più obliqui e fuorvianti.
Attualmente il regista è in Mongolia, impegnato nelle riprese del suo prossimo film: ci auguriamo di poterlo vedere anche qui da noi, approfittando magari del momento (speriamo duraturo) di entusiasmo e di sdoganamento del cinema dell’Estremo Oriente.

(FrameonLine  20/07/2005)




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Per gentile concessione del Korean Film Archive, è possibile vedere il film con i sottotitoli in italiano di AsianWorld. Buona Visione!

 





 


Sottotitoli







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Messaggio modificato da creep il 30 January 2016 - 08:41 AM


#2 Dan

    It’s Suntory Time!

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Inviato 28 January 2008 - 11:20 PM

Sapevo che avresti richiamato il tuo focus XD Vedetelo tutti, diamine.

#3 François Truffaut

    Wonghiano

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Inviato 28 January 2008 - 11:23 PM

Molto interessante. Lo prendo subito. :em28:
Sottotitoli per AsianWorld: The Most Distant Course (di Lin Jing-jie, 2007) - The Time to Live and the Time to Die (di Hou Hsiao-hsien, 1985) - The Valiant Ones (di King Hu, 1975) - The Mourning Forest (di Naomi Kawase, 2007) - Loving You (di Johnnie To, 1995) - Tokyo Sonata (di Kiyoshi Kurosawa, 2008) - Nanayo (di Naomi Kawase, 2008)

#4 _Benares_

    Soft Black Star

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Inviato 28 January 2008 - 11:38 PM

Io l'ho già ordinato. :em28:

#5 Nausicaa

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Inviato 28 January 2008 - 11:40 PM

Anch'io :em28:

#6 paulus35

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Inviato 29 January 2008 - 12:42 AM

Proposta interessante, grazie! :em66:
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Traduzioni film asiatici
Ikinai ~ Tokyo Eleven ~ Install ~ Shibuya Kaidan ~ Shibuya Kaidan 2 ~ Angel Guts 2 - Red classroom ~ Meatball Machine ~ Sick Nurses ~
The Chanting ~ Stereo Future

Traduzioni a cura del JAF (Jappop Fansub Project)
A Gentle Breeze in the Village (by Blaze) ~ Backdancers (by paulus35) ~ Cruel Restaurant (by paulus35) ~
Sidecar ni inu (by Lastblade) ~ The Masked Girl (by paulus35) ~ 700 Days Of Battle: Us VS. The Police (by Sephiroth) ~ Aoi Tori / Blue Bird (by paulus35) 33% ~ The Fure Fure Girl (by Lastblade&paulus35) 01%

#7 creep

    antiluogocomunista

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Inviato 29 January 2008 - 01:06 AM

Il film che per primo ha fatto conoscere agli stessi coreani una pagina rimossa dalla loro coscienza (grazie anche all'opera di disinformazione della stampa locale) e che ancora brucia. Peccato che film del genere non se ne facciano più. Oggi si preferisce dare in pasto al pubblico storie più accomodanti, convenzionali e patinate, come il quasi inguardabile May 18, e il fatto che anche quest'ultimo parli del massacro di Kwangju rende ancora più stridente il paragone. A Petal rispecchia quasi fedelmente la struttura (non solo la storia) del testo da cui è tratto, con conseguenti cambi di prospettive e metodi narrativi. Si passa continuamente dal flusso di pensieri e ricordi della protagonista al presente dell'io narrante (l'amico del fratello). Un film vero, nudo e crudo, come solo in un certo cinema coreano ho visto fare, senza l'intenzione di venire incontro ai gusti del grande pubblico romanzando, ma anzi con l'intento di metterlo di fronte alla propria coscienza. E' un viaggio all'interno di un dramma umano e sociale con momenti particolarmente intensi e drammatici, grazie anche a degli interpreti in stato di grazia. Lee Jung-hyun, oggi cantante pop :em66: , è semplicemente straordinaria nei suoi deliri, la scena davanti alla tomba del fratello forse è quella di più grande effetto. Per non parlare della scena in cui lei cerca di svincolarsi dalla presa della madre morente, che alimenterà i suoi sensi di colpa per averla lasciata morire, il tutto marcato da un bianco e nero indelebile. Bellissima la colonna sonora, che gira intorno al brano a petal di Kim choo-ja, presente nel suggestivo incipit.

Qui potete trovare il racconto (in inglese) da cui è tratto il film in formato pdf., There A Petal Silently Falls di Choi Yoon
http://www.ekoreajournal.net/archive/detai...r&YEAR=1997
http://www.ekoreajournal.net/archive/detai...g&YEAR=1998

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#8 polpa

    It’s Suntory Time!

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Inviato 29 January 2008 - 07:59 AM

Grazie, crippone, non sapevo che il racconto di partenza fosse reperibile! :em66:

#9 princerick

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Inviato 29 January 2008 - 08:52 AM

trovo difficolta' immense nel reperirlo, qualcuno mi da una dritta?





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