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[RECE][SUB] Silence Has No Wings


4 risposte a questa discussione

#1 Shimamura

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Inviato 14 March 2017 - 12:30 PM

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Regia: Kuroki Kazuo

Titolo originale: Tobenai chinmoku

Paese: Giappone

Anno: 1966

Durata: 100'

Traduzione: Shimamura



"La gente di Hiroshima preferisce rimanere in silenzio fino al giorno in cui si troverà di fronte alla morte. Vuole una sua vita e una sua morte. [...] Quasi tutti i pensatori e gli scrittori affermano che gli hibakusha non dovrebbero restare in silenzio; molti ci incitano ad uscire dall'ombra e parlare. Detesto tutti quelli che non tengono conto dei nostri sentimenti riguardo al silenzio. Noi non possiamo commemorare il 6 agosto; possiamo solo attendere che trascorra ogni volta nella quiete più assoluta, con i suoi morti. [...] Perché chi, come noi, ha conosciuto in prima persona l'orrore della devastazione atomica non può che scegliere il silenzio, o tutt'al più limitarsi a pronunciare poche parole come testimonianza per la storia."

Matsukasa Yoshitaka [1]



Kuroki Kazuo


Kuroki Kazuo (黒木和雄) nasce il 10 novembre del 1930, a Matsuzaka, nella Prefettura di Mie, dove il padre, impiegato in una fabbrica tedesca, lavora. Trascorre la propria infanzia però in Manciuria, sempre per gli impegni lavorativi del genitore, e vi frequenta le scuole elementari. L'arrivo in Manciuria non è però felice, in quanto quasi subito a causa di un incidente perde la sorella.
Kuroki è uno studente svogliato, e così coglie l'occasione del secondo conflitto mondiale per tentare la carriera militare, e ritorna dai nonni, in Giappone, a Ebino, nella Prefettura di Miyazaki. Era infatti comune in quegli anni di guerra seguire il percorso scolastico ed al contempo essere impiegati in attività di natura bellica. Kuroki deve ancore iniziare le scuole medie, che poi comincerà con un anno di ritardo, dato che non riuscirà a superare il test d'ingresso al ritorno in Giappone, ma nel frattempo verrà impiegato anche come manodopera in una delle fabbriche militari del posto. È qui che deve affrontare un'altra terribile esperienza, quando, quasi verso la fine del conflitto, la fabbrica in cui lavora viene bonbardata dall'esercito americano. Kuroki sopravvive, ma ben 10 dei suoi compagni di classe moriranno [2].




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L'incidente provoca a Kuroki un collasso nervoso, che lo porterà poi a completare il percorso scolastico con molto ritardo. Non rinuncia comunque a proseguire gli studi, e si reca a Tokyo, per iscriversi all'università, dove conosce il prof. Okamoto Seichi, che lo introdurrà al marxismo, ma l'esperienza è breve, e nonostante tutto dopo un po' decide di rinunciare. Si lega tuttavia ai movimenti studenteschi di sinistra, che appoggerà attivamente.
È Okamoto che lo mette in contatto con Makino Mitsuo, produttore della Toei, che lo porta con sé a Kyoto. All'inizio Kuroki non trova subito una sistemazione, ed è costretto ad arrangiarsi, impegnandosi anche in attività illegali, che lo costringeranno poi a dover scontare un po' di prigione, provocandogli un ulteriore trauma, al punto che quando finalmente Makino riuscirà a trovargli una sistemazione, seppur temporanea, Kuroki rifiuterà, pur di ritornare a Tokyo.
L'esperienza a Kyoto tuttavia permette a Kuroki di maturare un interesse per il cinema e la regia che in realtà prima non erano tali da ambire a vette professionali, e così cerca di entrare, tramite comuni amicizie, in contatto con Takamura Takeji, che iniziava allora la sua carriera di documentarista presso la Iwanami Eiga (岩波映画), e che lo introduce al direttore esecutivo dello studio, Yoshino Keiji, il quale lo prende in simpatia, e lo assume come assistente alla regia. In realtà Kuroki non è molto interessato al target della Iwanami Eiga, che opera appunto solo nel settore documentaristico, preferendo piuttosto la cinematografia, ma è consapevole di quanto formativa possa essere quest'esperienza, che porterà avanti a lungo, fin quando non gli verrà data la possibilità di realizzare un proprio lavoro.


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Inizia così la carriera di documentarista di Kuroki Kazuo, che proseguirà del 1958 al 1965 ininterrottamente, e con un certo successo. Tra i primi lavori spiccano Koi no hitsuji ga umi-ippai (恋の羊が海いっぱい - The Seas Are Full of Sheeps in Love), realizzato quasi nella forma di un musical, del 1961, e Waga ai Hokkaido (わが愛北海道 - Hokkaido, My Love), nel 1962. I lavori di Kuroki costituiscono un prodotto quasi a sé stante nel panorama documentaristico nipponico, in quanto l'aspetto narrativo e quello descrittivo finiscono per fondersi l'un l'altro. Notevole è anche la cura che Kuroki pone all'aspetto tecnico, fotografia e montaggio in primis. È evidente in tal senso l'enorme influenza, riconosciuta dallo stesso Kuroki, che il cinema di Godard e Resnais hanno esercitato su di lui. Scoperti da poco, infatti, i due padri della nouvelle vague lasciano un segno indelebile nel regista, e alimentano il suo desiderio di realizzare un'opera che potesse essere definita in toto "cinematografica". Nel 1964 dirige Aru marason ranna no kiroku (あるマラソンランナーの記録 - Record of a Marathon Runner), sul maratoneta Kimihara Kenji, che scatenò un notevole dibattito per la sua originalità, ma sancì un punto di rottura con la Iwanami Eiga, con cui i rapporti erano tesi già da tempo. Difatti la produzione avrebbe voluto un documentario comune sulla vita dello sportivo, mentre Kuroki incentrò la propria attenzione sull'atto stesso del correre, alternando interviste a Kimihara e scene di corsa con un montaggio particolarmente originale, frenetico e innovativo.


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È l'avvio della carriera da regista cinematografico per Kuroki Kazuo. Il primo lavoro è realizzato per una sussidiaria della Toho, dalla vita particolarmente breve, la Nihei Shinsha (日本映画新社, ovvero Nippon eiga shinsha). Il film, Tobenai chinmoku (とべない沈黙 - Silence Has No Wings), non trova però un distributore, data la sua originalità e complessità, ma in soccorso di Kuroki arriva l'Art Theatre Guild of Japan, che già da alcuni anni si occupava di portare in Giappone classici del cinema europeo e americano e di distribuirli nelle proprie sale cinematografiche. Tobenai chinmoku diventa così uno dei primi film giapponesi distribuiti dall'ATG, ed apre le porte alla volontà di quest'ultima di andare ben oltre la mera distribuzione cinematografica, di iniziare dunque a produrre un cinema alternativo, distante da quello "conforme alle regole" delle major.
Seguirà una proficua collaborazione tra la ATG e Kuroki, che porterà alla realizzazione di alcuni dei film migliori per entrambi. Nel 1970 arriva Nihon no akuryo (日本の悪霊 - Evil Spirits of Japan), uno yakuza eiga giocato sulla dicotomia tra bene e male e dove sia il poliziotto che il criminale sono interpretati dallo stesso attore. Segue nel 1975 Ryoma ansatsu (竜馬暗殺 - The Assasination of Ryoma), dove si raccontano gli ultimi giorni di vita di un importante statista giapponese, tra i pochi a lottare per la democrazia ai tempi dello shogunato Tokugawa. Il film è tuttavia pervaso da un forte nichilismo e da una notevole critica storica del personaggio, che viene mostrato in tutta la sua umanità e fallibilità. Nello stesso anno arriva anche Matsuri no jumbi (祭りの準備 - Preparation for the Festival), una critica alla società nipponica, colpevole di non lasciare speranze di riscatto ai giovani provenienti dalle realtà rurali dell'arcipelago.



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In seguito Kuroki abbandonerà la collaborazione con l'ATG, realizzando pochi lavori, di scarno successo, o mediocri, come Ronin-gai (浪人街) [3], fino al 2004, quando realizza uno dei suoi capolavori, Chichi to Kuraseba (父と暮せば - The Face of Jizo), da un racconto dello scrittore Inoue Hisashi (井上 ひさし), vincitore di numerosi premi, e in cui ritorna ad occuparsi, quasi chiudendo un immaginario cerchio, degli hibakusha (被爆者) [4], i sopravvissuti alla bomba atomica, attraverso una serie di dialoghi surreali tra una figlia, scampata al disastro, e il suo defunto padre, una delle vittime di Hiroshima, che gli appare in forma di spirito. Kuroki con delicatezza mette in risalto il senso di colpa che attanaglia chi a quel 6 e 9 agosto del 1945 è sopravvissuto, quasi che il continuare a vivere, per gli hibakusha, fosse una sorta di ulteriore punizione.
Kuroki Kazuo morirà pochi anni dopo, il 12 aprile del 2006, a Tokyo.


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Una voce silenziosa


"Fools, - said I, - you do not know
Silence like a cancer grows.
Hear my words that I might teach you,
Take my arms that I might reach you.
But my words like silent raindrops fell,
And echoed in the wells of silence."


The Sound of Silence

Paul Simon


Non è facile fare una sinossi della trama di Tobenai chinmoku (lett. "Il silenzio non può volare"). Si potrebbe descrivere il film come una sorta di viaggio d'avventura attraverso la memoria, dove la protagonista è suo malgrado una larva di Nagasaki ageha (ナガサキアゲハ) [5], un lepidottero diffuso nelle terre meridionali del Giappone, che accidentalmente si ritrova ad essere trascinata per quasi tutto l'arcipelago nipponico, da Nagasaki ad Hagi, a Hiroshima, Kyoto, Osaka, per fare tappa anche fuori dal Giappone, a Hong Kong, e poi arrivare infine da Tokyo in Hokkaido. In questa surreale avventura sarà testimone passiva dell'esistenza di alcune persone, in qualche modo tutte legate tra di loro dalla tragedia che il 6 agosto del 1945 colpì la città di Hiroshima. E non è un caso, pertanto, se la larva è quella di un lepidottero tipico di una zona, quella della città di Nagasaki, l'unica al mondo che ha dovuto condividere il drammatico destino di Hiroshima pochi giorni dopo, il 9 agosto.
Tobenai chinmoku nasce da uno script di Matsukawa Yasuo [6], documentarista per la Toho, che volle a tutti i costi alla regia, memore del lavoro del collega in Aru marason ranna no kiroku, Kuroki. Naturalmente il regista giapponese non si fece pregare, data la rottura con la Iwanami Eiga e il desiderio mai nascosto di poter dirigere finalmente un lavoro cinematografico. Probabilmente Matsukawa sapeva il rischio che correva nell'affidare il progetto a Kuroki, ed in effetti il regista spiazzò completamente la Toho, o meglio la Nihei Shinsha, la sussidiaria cui era stata affidata la produzione di quello che doveva essere un filmetto commerciale, e che invece si rivelò poi una delle opere più complesse della nuberu bagu.


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Il film però non convinse la produzione che preferì non distribuirlo nelle proprie sale. La situazione di stasi perdurò per oltre un anno, finché il regista non ebbe l'occasione di entratre in contatto con la Art Theatre Guild, che mette a disposizione di Kuroki le proprie sale, e contribusce in parte alle spese per la distribuzione stessa di Tobenai chinmoku, che così viene presentato al pubblico giapponese, senza grande clamore invero, nel 1966.
E tuttavia che il film in questione sia qualcosa di straordinario, come poi la critica non mancò di rilevare all'epoca e come in tempi recenti si è assodato, al punto che il film è diventato uno dei più proiettati nelle retrospettive dedicate alla nuberu bagu, è evidente fin dalle prime immagini dell'opera, dal parallelismo, che è anche identità, tra il volto della bella Kaga Mariko (加賀まりこ) e la crisalide di Nagasaki ageha che sta per diventare farfalla, a quella corsa infinita di un bambino tra i prati, a caccia di una farfalla mai vista prima, laddove il punto di vista cambia repentinamente da quello dell'inseguitore a quello dell'insetto, inseguito. La crisalide stessa simboleggia in realtà la difficoltà che il popolo giapponese aveva nel tentare di risorgere dalle proprie ceneri. In crisi d'identà a causa dei valori del passato che andavano oramai scomparendo, violata nel proprio territorio dall'occuppazione americana, era da poco che aveva dovuto confrontarsi con le proprie ferite ancora aperte ad Hiroshima e Nagasaki.



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Infatti, per ben dieci anni, non va dimenticato, gli Stati Uniti impedirono ai media nipponici di parlare degli effetti della bomba, anzi, già nel 1945, dopo la prima ondata di decessi a causa delle ferite e delle radiazioni conseguenti allo scoppio dell'atomica, esperti statunitensi si erano affrettati a dichiarare, come rileva anche lo scrittore Oe Kenzaburo in Hiroshima noto [7], che non vi era alcun rischio per i superstiti e le generazioni future, e che già per la fine del 1945 il capitolo "vittime della bomba atomica" poteva ritenersi chiuso. Non era così; appena un decennio dopo iniziarono ad emergere numerosi casi di abitanti che manifestavano sintomatologie tipiche delle malattie da avvelenemanto da radiazioni (ARS), e non erano i soli, perché anche i loro figli, che in quel 6 agosto non erano neanche nati, erano stati avvelenati, e si ritrovavano così, incolpevoli, ad avere un destino già segnato. Gli hibakusha, i sopravvissuti, finora, all'olocausto nucleare, si ritrovarono così al centro dell'attenzione, per anni costretti al silenzio, ed ora quasi obbligati ad urlare al mondo il loro dramma.
Quando Kuroki dirige Tobenai chinmoku si celebrava il ventennale dalla tragedia, ma anche il ventennale, quindi, dalla sconfitta e dall'inizio dell'occupazione. Sono tematiche tutte presenti nel film di Kuroki, e nel viaggio intrapreso, volente o nolente, dalla larva di Nagasaki ageha.


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Hagi, la prima meta, laddove ebbero inizio le rivolte che portarono alla fine dello shogunato Tokugawa, alla Restaurazione Meiji, ed all'apertura del Giappone agli scambi culturali e commerciali con l'estero, simboleggia il fallimento di questa rivoluzione, incapace poi di restituire dignità ed identità personale al Giappone stesso; ad Hiroshima un giovane innamorato è respinto dalla sua donna, una hibakusha, che pur amandolo sa di non poter restare con lui, di non potergli dare figli sani; a Kyoto, un uomo di mezza età cerca conforto tra le braccia di una bellissima giovane, per dimenticare, senza riuscirci però, gli orrori e le atrocità commesse in guerra, mentre ad Osaka, un altro uomo cerca l'amore in rapporti fuggevoli, perché incapace di relazionarsi con il mondo che lo circonda. A tutto ciò si aggiungono politici e mafiosi intenti a gestire intrighi legati alla conclusione del Trattato nippo-ameriocano ed alla vicina guerra coreana...
È un gioco di incastri Tobenai chinmoku, dove una storia tira l'altra, dove i personaggi appaiono e scompaiono, mentre Kaga Mariko cambia di abito in continuazione, nel ruolo di più donne, diverse tra loro, ma in realtà tutte incarnazione di questa meravigliosa farfalla nel corso del suo viaggio.


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La regia segue le emozioni, ferma e precisa in alcuni momenti, a braccio e dinamica in altri, onirica e surreale, si muove attraverso inconsuete inquadrature. Magnifico l'uso delle luci e la splendida colonna sonora, oramai un classico. Evidente il background da documentarista di Kuroki, in specie nell'intermezzo dedicato alle memorie, reali, degli hibakusha, mentre segue Kaga, che sembra nei suoi passi quasi sempre danzare, e mai camminare, come fosse davvero una farfalla, sulle note silenziose delle voci dei sopravvissuti alla bomba atomica.
Sotto il profilo narrativo il film è tuttavia complesso da seguire nella sua frammentarietà e discontinuità. Si può dire che l'opera sfugga in parte alla direzione di Kuroki, che in realtà voleva realizzare un film dal forte contenuto politico, ma che infine realizza un lavoro, di indubbia valenza politica sì negli ultimi 20/30 minuti, ma soprattutto fatto di struggente poesia, al punto che Kuroki stesso ammetterà che la poesia che permea il film, che all'inizio doveva solo servire a mitigarne il contenuto politico, aveva poi finito per predominare l'intera opera. Pertanto ad una prima parte del film, che alterna narrazione a ricerca documentaristica, vi è poi una parte finale che sfocia nella critica politica al recente rinnovo del Trattato di Sicurezza [8], ed alla critica sociale contro i politici stessi, bramosi unicamente di realizzare i propri interessi, senza il timore di sacrificare il proprio popolo.


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Il film è però soprattutto una critica al mondo intero, perché in quegli anni, nonostante i numerosi tentativi di giungere al disarmo nucleare, continuavano non solo gli esperimenti sull'atomica, come quelli nell'arcipelago di Bikini, ma aumentavano esponenzialmente anche i Paesi che ne entravano in possesso. Agli occhi di Kuroki la lezione non era servita a nulla, né era servito il dolore silente degli hibakusha, costretti così a dover sopportare anche l'agonia scaturita dalla consapevolezza della vacuità del proprio sacrificio.
Il pessimismo di Kuroki è evidente nella bellissima scena finale, dove il Nagasaki ageha, alter ego del popolo giapponese, muore sotto lo sguardo sconfortato del bambino, che tuttavia rappresenta proprio la speranza, in quanto il dolore di lui, in precedenza carnefice della stessa farfalla, è segnale di un ravvedimento che Kuroki spera possa avvenire presto.
Esperienza visiva meravigliosa, opera di struggente poesia, Tobenai chinmoku, nonostante l'oblio a cui è stato condannato per quesi trent'anni, è uno dei lavori più rappresentativi del cinema giapponese d'avanguardia degli anni '60. Magnifico nella sua complessità, commovente e disperato nel suo essere privo di qualsiasi retorica e buonismo, Tobenai chinmoku è un film bellissimo, invero tra i preferiti di chi scrive, e di cui pertanto si consiglia assolutamente la visione.


See ya' soon!

Note

[1] Matsukasa Yoshitaka, medico e hibakusha, citato in OE K., Note su Hiroshima, Padova, 2007, 21-22.
[2] L'esperienza è raccontata dallo stesso regista nell'intervista data nel 2002 ai Yasui Yoshio, per conto dello Yamagata International Documentary Film Festival, pubblicata in Documentarist of Japan,#16. Le informazioni biografiche sull'autore sono altresì tutte estrapolate da questa magnifica intervista, che costituisce un documento straordinario per comprendere l'artista.
[3] Il film è inedito in Italia, ma i sottotitoli tradotti sono comunque reperibili su AsianWorld.
[4] Hibakusha: È il nome con cui ci si riferisce ai sopravvissuti al lancio, rispettivamente il 6 agosto e il 9 agosto, della bomba atomica sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Gli effetti della ARS non tardarono a manifestarsi su di loro, che diventarono così due volte vittime: da un lato la malattia, per lo più mortale, dall'altro le discriminazioni sociali cui furono soggetti a causa dell'errato presupposto, a pochi anni dalla sua comparsa, che la ARS fosse contagiosa.
[5] Nagasaki ageha: Papilio memnon thunbergii von Siebold, farfalla dell'ordine delle Papilionidae, diffuse più o meno in tutta l'Asia. Nello specifico il Nagasaki ageha si rintraccia nel sud del Giappone.
[6] Per approfondimenti su Matsukawa Yasuo si rinvia all'intervista rilasciata nel 2002 a Hyugaji Taro, per conto dello Yamagata International Documentary Film Festival, pubblicata in Documentaristof Japan, #21.
[7] OE K., Note su Hiroshima,cit., 154 ss..
[8] Nippon-koku to Amerika-gasshūkoku to no Aida no Sōgo Kyōryoku oyobi Anzen Hoshō Jōyaku (日本国とアメリカ合衆国との間の相互協力及び安全保障条約). Il Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti e Giappone, stipulato nel 1952, dalla validità decennale, ma rinnovabile, permetteva agli USA di esercitare grande influenza sulle decisioni del Governo giapponese, e concedeva ai primi il diritto di stabilire più di una base militare sul territorio nipponico, dando così luogo all'occupazione militare di Okinawa, che sostanzialmente si è conclusa solo in anni recenti. Il suo rinnovo scatenò sia negli anni '60, che negli anni '70, enormi movimenti di protesta in Giappone, che ben figurano nella cinematografia della nuberu bagu.

Note sulla traduzione

Il testo presentava notevoli complessità, curiosità, e/o imprecisioni. Troppe per darne conto tutte qui. Sì è pertanto deciso di aggiungere ai sottotitoli in cartella un documento con relativa esplicazione di esse. Inoltre essi sono stati realizzati in due formati, uno con note del traduttore incluse ed un altro senza.


SOTTOTITOLI




Speciale Art Theatre Guild of Japan


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Messaggio modificato da Shimamura il 14 March 2017 - 03:13 PM

Hear Me Talkin' to Ya



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Subtitles for AsianWorld:
AsianCinema: Laura (Rolla, 1974), di Terayama Shuji; Day Dream (Hakujitsumu, 1964), di Takechi Tetsuji; Crossways (Jujiro, 1928), di Kinugasa Teinosuke; The Rebirth (Ai no yokan, 2007), di Kobayashi Masahiro; (/w trashit) Air Doll (Kuki ningyo, 2009), di Koreeda Hirokazu; Farewell to the Ark (Saraba hakobune, 1984), di Terayama Shuji; Violent Virgin (Shojo geba-geba, 1969), di Wakamatsu Koji; OneDay (You yii tian, 2010), di Hou Chi-Jan; Rain Dogs (Tay yang yue, 2006), di Ho Yuhang; Tokyo Olympiad (Tokyo Orimpikku, 1965), di Ichikawa Kon; Secrets Behind the Wall (Kabe no naka no himegoto, 1965) di Wakamatsu Koji; Black Snow (Kuroi yuki, 1965), di Takechi Tetsuji; A City of Sadness (Bēiqíng chéngshì, 1989), di Hou Hsiao-hsien; Silence Has no Wings (Tobenai chinmoku, 1966), di Kuroki Kazuo; Nanami: Inferno of First Love (Hatsukoi: Jigoku-hen, 1968) di Hani Susumu; The Man Who Left His Will on Film (Tokyo senso sengo hiwa, 1970), di Oshima Nagisa.
AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
Focus: Art Theatre Guild of Japan
Recensioni per AsianWorld: Bakushu di Ozu Yasujiro (1951); Bashun di Ozu Yasujiro (1949); Narayama bushiko di Imamura Shohei (1983).

#2 JulesJT

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Inviato 15 March 2017 - 11:28 AM

Grande, Shima! Film a dir poco affascinante! :em41:

#3 Iloveasia

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Inviato 21 March 2017 - 02:42 PM

Grazie davvero, Shimamura, per il gran lavoro di traduzione e la dovizia di informazioni. Film del tutto atipico, simbolico, complesso, frammentario, anche ermetico: se non avessi avuto la tua guida mi ci sarei perso. Mi ci son perso un po' ugualmente, intuendo che è comunque un'opera imortante e coraggiosissima, visti gli anni in cui è stata girata. Si capiscono bene i perchè di 30 anni di ostracismo e di oblio. Tuttavia la forma così raffreddata - tipica degli anni '60, soprattutto in Giappone - non mi ha fatto arrivare tutta l'emozione, se non nelle brevi testimonianze degli hibakusha e nella scena finale del bambino dispiaciuto per la sua preda morente. Significativa - ma qua è là un po' forzata - la farfalla che da testimone non riece a trasformarsi in creatura libera e quindi a incarnare un Giappone consapevole e aperto, ma è costretta nel suo stato di crisalide ben brutta, invece di poter volare liberamente. E al tempo stesso incarna la/le donne (in un parallelo in una scena fin troppo esplicito) che attraversano il film: donne che non possono amare, non possono figliare. Gli scontri nel finale mi sembrano un'aggiunta di stampo politico, certamente motivata, ma un po' disomogenea rispetto al film. Un film così complesso che mi costringerà a una seconda visione. In ogni caso un oggetto filmico inclassificabile, ma di grande importanza.

#4 Shimamura

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Inviato 21 March 2017 - 02:57 PM

Grazie a te, :). Il film è di sicuro il più complesso della retrospettiva, proprio per i suoi, invero troppi, registri, ma su di me ha esercutato un fascino magnetico. ti costringe un po' a perderti, Kuroki, in questa visione, come la farfalla, ma io mi ci son perso volentieri.

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AltroCinema: Polytechnique (2009), di Denis Villeneuve ; Mishima, a Life in Four Chapters (1985), di Paul Schrader; Silent Souls (Ovsyanky, 2010), di Aleksei Fedorchenko; La petite vendeuse de soleil (1999), di Djibril Diop Mambéty; Touki Bouki (1973), di Djibril Diop Mambéty.
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#5 andreapulp

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Inviato 01 April 2017 - 05:46 PM

Film non di facile approccio, ma che lascia sicuramente il segno e fa riflettere non poco. L'inizio mi ha sconvolto, sia a livello estetico che di contenuti. La corsa del bambino che si conclude con la cattura della farfalla, la scena dello specchio che riflette l'immagine della ragazza (incarnazione della bellezza del Nagasaki Ageha), fino a giungere al dramma interiore della suddetta che viene inscenato in modo magistrale e trasmette tutto quel senso di spaesamento e difficoltà ad uscire da un limbo di desolazione (il sole accecante che intimorisce la protagonista come se il ricordo dell'esplosione riaffiorasse improvvisamente). La scena del confronto interiore con il ragazzo: ella dice "hai visto come le cose cambiano?", lui risponde "questo è comunque inevitabile", e lei infine, "no, questo è ciò che veramente importa". In questo scambio dialettico, secondo me, il regista vuole focalizzare l'attenzione sullo stato d'animo degli "hibakusha", prendere coscienza che il cambiamento è fondamentale per la vita stessa. Credo, sempre dal mio punto di vista, che ciò rappresenti una riflessione in totale sintonia con la filosofia giapponese, ovvero, introiettare il dolore per trasformarlo in qualcos'altro, una sorta di mezzo "utile" per evolvere interiormente e "accettare" la vita. Per continuare il proprio cammino senza cadere nel baratro. L'ultima parte mi ha spiazzato e la disamina di Shima mi è servita per capire meglio l'idea del regista, in sostanza come collegarla al resto del film. Poco altro da dire se non un altro enorme tassello del cinema nipponico. Lo rivedrò sicuramente perchè non è un film facile.





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