Classifica.
Primo posto
La compagnia.
Aver trascorso questa settimana e condiviso scranni, pasti, impressioni, passeggi, emozioni, foto, freddo, molestie, incidenti, con gli amici nuovi e di sempre fa la differenza tra onanismo e Illuminazione.
- Il grosso® ed eroico Lord (per la cronaca ha fatto avanti e indietro Mestre\Udine ben quattro volte), con il suo entusiasmo, l’erotismo passe-partout e le sue cronache fotografico\sentimentali.
- Il novizio Sobek, uomo davvero affascinante, con la sua immensa sapienza cinefila (e pure cinofila), in fuga dalla capitale per rendere edotti voi, popolo affamato e rosicone, delle meraviglie trascorse nello schermo del Teatro. Un’affinità e simpatia immediate ma, si sa, non ci s’incontra per caso.
- l’ecumenico Paolone, presente anche nell’assenza, vero uomo di mondo festivaliero che conosce tutti, conosce tutta la Cina, conosce qualcuno che ha visto “Fireball” più volte di lui. Il FEFF senza lui, non sarebbe FEFF e le telecamere non saprebbero su chi spaziare.
Ma insieme agli assidui compari, devo ricordare il piacere di vedere gli altri AW addicted apparire tra una proiezione e l’altra; tra tutti, l’iconica Smilla nella smoking area e la giovanissima® Momoko, con il consueto look casual festivaliero, ma che ha promesso di presentarsi l’anno prossimo “in tiro” coi tacchi.
Rammarico per chi non si è mostrato. Non siate timidi. Mai più.
Secondo posto.
L’ambiente.
Non mi dilungherò su questo punto, così magistralmente illustrato da Lord e Sobek.
In breve: il FEFF è ‘cool’.
Terzo posto.
I film.
Pur mancando l’outsider pigliatutto, l’offerta cinematografica di quest’anno mi è piaciuta. Grande delusione per la rappresentanza giapponese che ha offerto solo “Thermae Romae” come simulacro edulcorato e colorato della follia creativa che ha sempre contraddistinto molte delle produzioni degli scorsi anni. La mia identificazione con le storie di “Love strikes” e “Afro Tanaka” non bastano ad innalzare il giudizio complessivo piuttosto basso.
Tra i coreani, all’atroce “Silenced”, ho preferito forse le commedie “Sunny” e “Punch”. Mettendo insieme le gag dei due, ci si poteva ricavare un nuovo “The foul king” che avrebbe sbaragliato tutti.
Il filmone di guerra l’ho trovato indigesto, retorico e piatto. Non ne capisco il successo.
Questa edizione ha visto la Cina trionfare.
Avrei fatto vincere, nella categoria drammatica, “One mile above” e avrei dato un premio speciale opera prima a “The song of silence”. (Se il giovane regista riesce a trovare una poetica un po’ più personale, meno kimkidukkiana, potrebbe riservare belle sorprese, nell’avvenire. Stoffa a rotoloni, come la carta igienica).
Nella categoria commedia avrei fatto vincere “The great magician”. Un piacere per la mente e per gli occhi, come ha detto qualcuno.
Premio “Tucci” a “A kick from Heaven” per il valore etnografico del film e premio “Savonarola” all’ironico e iconoclasta “The Woman in the septic tank” per aver sbeffeggiato la critica e i festival occidentali, i registi “da festival”, le prime donne che s’impadroniscono dei film e le pubblicità occulte.
L’amore ai tempi di Fukushima.
Come risulta evidente da molte delle commedie visionate, l’happy ending tradizionale, con lui e lei che si (ri)congiungono dopo avere sbaragliato equivoci, conflitti e avversità è ormai tramontato. La felicità non è più nel trionfo dell’amore tra le braccia di un altro\a ma nella risoluzione di una crisi di carattere personale, in una (nuova?) presa di coscienza di sé e dell’altro da sé. Emblematico è il finale nerd dello sfigatissimo Afro Tanaka, dove la fine del sogno di (a)coppia(rsi), fallito per il solito problema dei tempi in amore, sublima nella ritrovata amicizia e senso di appartenenza al gruppo dei vecchi compagni di scuola.
Il cinema riflette la realtà. Gli eroi solitari in cui identificarsi sono scomparsi da un pezzo per lasciare posto alle storie corali. Anche le storie d’amore classiche stanno svanendo, riflettendo una disgregazione più interiore che sociale. La colla umorale dei corpi si è sciolta nei solventi elettronici delle relazioni virtuali. I prossimi lieto fine saranno dei suicidi spettacolari?
Il Viaggio nel Festival.
Se non fossi nichilista e cinico, imporrei il FEFF come obbligo didattico per le scuole secondarie. Immergersi per una settimana in queste culture così lontane e scoprire quanto siano, in realtà, vicine, allarga gli orizzonti così sapientemente ristretti dai nostri sistemi educativi. Spostarsi fisicamente (perché il cinema è una realtà fisica) in spazi e situazioni che non potremmo diversamente immaginare è un’esperienza che produce cambiamento, come qualunque altro vero Viaggio, sia corporeo che interiore. Anzi, forse lo specifico del Festival si situa proprio a metà tra le due tipologie e ne crea una terza in cui, tra l’ineluttabilità della presenza nel luogo e lo sforzo meditativo, lascia alla sensibilità personale la possibilità di cogliere o perdere l’Esperienza. Un po’ come avviene per l’LSD che si può vivere da coglione per vedere i colori alterati e le allucinazioni o usare come chiave per sperimentare altri stati di coscienza.
Concludo il sermone postando anch’io un’immagine.

Di notte, alcune strade di Udine brillano...
Messaggio modificato da Tanaka il 05 May 2012 - 03:29 PM










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